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La scuola cattolica in Italia tra crisi, qualità educativa e nuove prospettive

Wanda Massa intervista Luca Lezzerini sul presente e sul futuro di una realtà decisiva per il pluralismo educativo.

Qual è oggi la situazione della scuola cattolica in Italia? Quali fattori hanno determinato la progressiva diminuzione degli istituti e degli alunni? La crisi è soltanto economica e demografica oppure riguarda anche l’organizzazione, la comunicazione e la capacità di rinnovare la proposta educativa?

A queste e ad altre domande cerca di rispondere la videointervista di Wanda Massa a Luca Lezzerini, ingegnere, docente universitario, saggista e presidente dell’associazione Luces Veritatis.

Wanda Massa intervista Luca Lezzerini sulla scuola cattolica in Italia

Il dialogo prende spunto dal volume La scuola cattolica in Italia 1993–2025, pubblicato da Luca Lezzerini nel maggio 2026. Il libro propone un’analisi storica, sociale, normativa, economica e strategica del fenomeno, fondata sull’esame scientifico di oltre trent’anni di dati. Il libro è acquistabile su Amazon.

L’obiettivo non è limitarsi a documentare una fase di difficoltà, ma comprendere in modo più preciso che cosa sia accaduto e quali margini di azione siano ancora disponibili. Come emerge nell’intervista, esiste infatti una differenza sostanziale tra affermare genericamente che le scuole cattoliche stanno diminuendo e individuare le ragioni specifiche del fenomeno, i territori maggiormente coinvolti, gli ordini scolastici più esposti e i meccanismi economici e organizzativi che possono essere affrontati.

I numeri di una trasformazione profonda

I dati illustrati nel volume descrivono un cambiamento rilevante. Nell’anno scolastico 2024-2025 le scuole paritarie cattoliche risultano essere 7.379, frequentate da 503.869 alunni. Rispetto al picco raggiunto nel 2010-2011, il sistema ha perso 1.992 istituti e circa il 32 per cento degli studenti.

Sono numeri che non possono essere ignorati e che rendono necessario un esame serio delle cause. Tuttavia, l’intervista evita sia i toni allarmistici sia una lettura semplicemente celebrativa. La diminuzione degli iscritti e delle scuole non viene presentata come la prova automatica di un fallimento educativo, ma come il risultato dell’interazione tra diversi fattori.

Tra questi vi è innanzitutto la crisi demografica, particolarmente evidente dopo il 2008 e destinata a incidere in modo diretto sulla scuola dell’infanzia. A questo elemento si aggiunge il problema economico: il finanziamento pubblico copre soltanto una parte limitata del costo effettivo del servizio, mentre la quota restante ricade sulle famiglie e sui gestori.

Un ulteriore fattore riguarda la trasformazione delle realtà ecclesiali. La diminuzione delle vocazioni religiose ha comportato il progressivo passaggio da un modello fondato in larga parte sulla presenza di personale religioso a uno caratterizzato dall’impiego di personale laico regolarmente contrattualizzato. Si tratta di un’evoluzione positiva sotto il profilo professionale e dei diritti dei lavoratori, ma che ha determinato un aumento strutturale dei costi.

Infine, viene evidenziata una difficoltà comunicativa e competitiva. In molti casi la scuola cattolica non è riuscita a spiegare con sufficiente chiarezza il proprio valore aggiunto, soprattutto alle famiglie meno direttamente legate alla vita ecclesiale.

Parità scolastica e libertà educativa

Uno dei temi centrali dell’intervista riguarda la parità scolastica. La legge italiana riconosce che il sistema nazionale di istruzione è composto dalle scuole statali e dalle scuole paritarie, chiamate entrambe a svolgere un servizio pubblico e a rilasciare titoli di studio aventi valore legale.

La parità giuridica rappresenta quindi un risultato importante. Resta però incompiuta la sua traduzione economica.

La libertà di scelta educativa delle famiglie continua infatti a dipendere in larga misura dalle condizioni di reddito. Quando il costo della scuola paritaria è sostenuto prevalentemente attraverso le rette, la scelta non è realmente accessibile a tutti, ma soprattutto a chi può permettersela.

Nel corso dell’intervista si affronta anche il rapporto tra spesa pubblica e scuole paritarie. Secondo i dati analizzati nel volume, il costo sostenuto dallo Stato per uno studente della scuola statale è sensibilmente superiore al contributo medio destinato a un alunno della scuola paritaria. La differenza viene coperta dalle famiglie e dagli enti gestori.

Da questo punto di vista, sostenere le scuole paritarie non significa finanziare un interesse privato o confessionale, ma mantenere attiva una componente del sistema nazionale di istruzione che contribuisce al pluralismo educativo e garantisce un servizio pubblico con un impegno finanziario statale inferiore.

La questione assume una rilevanza particolare nei piccoli comuni e nelle aree interne, dove talvolta una scuola dell’infanzia paritaria rappresenta l’unico servizio educativo presente sul territorio. La sua chiusura può quindi determinare conseguenze che vanno oltre la singola istituzione, incidendo sulla capacità di un territorio di trattenere o attrarre famiglie.

Qualità formativa: punti di forza e criticità

L’intervista dedica spazio anche alla qualità dell’offerta educativa.

L’analisi proposta nel libro prende in considerazione tre dimensioni principali: i risultati cognitivi, misurati anche attraverso le prove INVALSI; la qualità della progettazione educativa e della personalizzazione dei percorsi; la dimensione socio-relazionale, che comprende il clima scolastico, il rapporto con le famiglie, l’inclusione e il benessere degli studenti.

I risultati disponibili mostrano, in molti casi, prestazioni positive, soprattutto nel primo ciclo e in alcune aree disciplinari. Questi dati devono tuttavia essere letti con cautela, tenendo conto del diverso contesto socioeconomico di provenienza degli studenti.

Tra i punti di forza più significativi emergono la cura della persona, la continuità educativa, la relazione con le famiglie, la bassa dispersione nel primo ciclo e la fiducia nei confronti del progetto formativo.

È significativo osservare che molte famiglie scelgano queste scuole non soltanto per motivazioni religiose, ma anche per la qualità complessiva del progetto educativo, per l’attenzione riservata agli studenti e per il tipo di comunità scolastica che viene costruita.

Accanto ai risultati positivi, si riconoscono però anche alcune criticità. Le scuole cattoliche accolgono in media meno studenti con disabilità e meno alunni stranieri rispetto alle scuole statali. Ciò dipende in parte dai costi delle rette e dalla copertura insufficiente delle spese di sostegno.

L’inclusione rappresenta dunque uno degli ambiti in cui occorre investire maggiormente, anche per rendere sempre più coerente la pratica educativa con la missione dichiarata della scuola cattolica.

Non una realtà uniforme, ma una rete di esperienze

Uno degli aspetti più interessanti dell’intervista riguarda la pluralità delle forme attraverso le quali si esprime oggi l’educazione cattolica.

Non esiste infatti un unico modello organizzativo. Accanto agli istituti religiosi e alle congregazioni operano diocesi, parrocchie, fondazioni, associazioni, cooperative e realtà laicali di ispirazione cristiana.

Vi sono inoltre scuole dell’infanzia, primarie, secondarie, istituti di formazione professionale, scuole non paritarie, iniziative educative promosse dagli oratori e nuove esperienze legate all’istruzione parentale.

Questa pluralità può rappresentare una ricchezza, purché le diverse realtà siano capaci di riconoscersi reciprocamente e collaborare.

Uno dei problemi messi in evidenza è proprio la frammentazione. Molti istituti affrontano separatamente difficoltà simili: gestione amministrativa, sostenibilità economica, formazione del personale, comunicazione, aggiornamento tecnologico, rapporto con le famiglie.

La costruzione di reti diocesane o interdiocesane e la creazione di servizi condivisi potrebbero consentire di ridurre i costi e migliorare la qualità gestionale, mantenendo nello stesso tempo l’autonomia pedagogica e il carisma specifico di ogni istituzione.

La crescita dell’istruzione parentale

Un intero passaggio dell’intervista è dedicato all’istruzione parentale, un fenomeno cresciuto sensibilmente negli ultimi anni.

Gli studenti coinvolti sono passati da circa cinquemila nel 2017-2018 a quasi diciassettemila nel 2023-2024. La pandemia ha accelerato il fenomeno, ma la riapertura delle scuole non ha riportato i numeri ai livelli precedenti.

Le motivazioni delle famiglie sono diverse: ricerca di una maggiore personalizzazione, ragioni valoriali o religiose, esperienze di bullismo o disagio, difficoltà legate all’ansia scolastica, oppure una valutazione critica del sistema educativo tradizionale.

Nell’intervista l’istruzione parentale non viene letta semplicemente come una minaccia per le scuole esistenti, ma come un segnale di una domanda educativa forte. In molti casi si tratta di famiglie fortemente coinvolte nella crescita dei propri figli e desiderose di partecipare in modo più diretto alla loro formazione.

La proposta è quindi quella di costruire ponti. Le scuole cattoliche potrebbero aprire laboratori, attività sportive e momenti comunitari anche agli studenti in istruzione parentale, offrire accompagnamento pedagogico, collaborare nello svolgimento degli esami e sperimentare forme educative miste.

In questa prospettiva, la sussidiarietà non viene intesa come semplice principio teorico, ma come possibilità di creare relazioni nuove tra scuole, famiglie e territorio.

Dall’analisi alla strategia

Gli ultimi capitoli del libro, richiamati ampiamente nel corso della videointervista, propongono diciassette raccomandazioni strategiche organizzate in sette aree: finanziamento, completamento della parità, qualità e identità, organizzazione e governance, rapporto con le famiglie e il territorio, formazione professionale e istruzione parentale.

Tra le proposte principali vi è il superamento di un sistema di contributi stabiliti di anno in anno, a favore di un meccanismo più stabile collegato a un costo standard per alunno.

A questo si affiancano la richiesta di detrazioni più efficaci, una maggiore uniformità dei voucher regionali, il rafforzamento delle reti tra istituti e l’introduzione di competenze gestionali dedicate nelle strutture più grandi.

Sul piano educativo viene proposta una revisione partecipata del progetto formativo, che coinvolga non soltanto i dirigenti, ma anche docenti, famiglie e studenti.

Particolare importanza assume inoltre la comunicazione. La scuola cattolica deve imparare a raccontare il proprio valore non soltanto a chi già condivide il suo orizzonte religioso, ma anche a famiglie che cercano qualità educativa, attenzione alla persona, continuità e solidità relazionale.

La roadmap distingue gli interventi in tre orizzonti temporali.

Nel breve periodo possono essere avviate azioni a costo ridotto: aggiornare il progetto educativo, migliorare siti internet e comunicazione sociale, rendere accessibili i dati sulla qualità, sviluppare rapporti con le famiglie che praticano l’istruzione parentale e richiedere informazioni statistiche più dettagliate.

Nel medio periodo trovano spazio le riforme normative, la creazione di reti territoriali, la formazione dei docenti e il rafforzamento dell’istruzione e formazione professionale.

Nel lungo periodo l’obiettivo è una più equa copertura pubblica dei costi, capace di rendere realmente esercitabile la libertà educativa.

Aprire un cantiere, non chiudere un discorso

Il messaggio conclusivo della videointervista richiama lo spirito con cui è nata Luces Veritatis.

Il volume non pretende di pronunciare una parola definitiva sulla scuola cattolica. Intende piuttosto aprire un cantiere, favorire il confronto e trasformare la riflessione in decisioni concrete.

La storia dell’educazione cattolica è ricca di esperienze nate spesso in condizioni difficili e con risorse limitate. Questo patrimonio non è scomparso, ma risulta oggi frammentato in numerose realtà che talvolta non si conoscono e non comunicano tra loro.

Mettere in rete esperienze, competenze e carismi non significa uniformare le diverse identità. Significa, al contrario, permettere a ciascuna realtà di affrontare le difficoltà con strumenti più adeguati e di condividere quanto di positivo è già stato realizzato.

Nessuna riforma economica o organizzativa, tuttavia, può sostituire la presenza di educatori motivati, competenti e interiormente vivi. L’educazione non consiste soltanto nella trasmissione di conoscenze, ma nella capacità di accompagnare la libertà di una persona e testimoniare un significato per il quale valga la pena impegnarsi.

I dati descrivono una difficoltà seria, ma non una storia già conclusa. Raccontano anche la qualità che continua a esistere, la fiducia di molte famiglie, la vitalità della formazione professionale e la nascita di nuove iniziative educative.

Il futuro della scuola cattolica non è dunque scritto inevitabilmente nelle statistiche. Dipende dalla capacità di leggere con onestà la realtà, superare l’isolamento e trasformare l’analisi in collaborazione.

Guarda la videointervista di Wanda Massa a Luca Lezzerini e partecipa alla riflessione sul futuro dell’educazione cattolica in Italia.

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