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Assistenza Spirituale Nei Luoghi di Cura. Barattare il Tanto con il Poco.

Proseguiamo con la serie di articoli di riflessione di Alfredo Villa. Oggi si tratta il tema dell’Assistenza Spirituale nei luoghi di cura, soprattutto in relazioni alle novità normative sul tema.

Finalmente le autorità sanitarie hanno riconosciuto l’importanza dei bisogni spirituali dell’uomo. Finalmente e diventato obbligatorio che vi sia un assistente spirituale in ogni Hospice.

Finalmente l’assistente spirituale deve essere integrato a pieno titolo all’interno del team curante.

Finalmente è stato codificato un “core curriculum” quanto ai compiti, caratteristiche e competenze di un assistente spirituale in cure palliative.

Finalmente vi sono decine di possibili formazioni offerte, per rendere professionale la figura dell’Assistente Spirituale

Quello che sembra essere un risultato positivo, in effetti può giustificare solo un entusiasmo di facciata, perché scavando sotto una preziosa placcatura, questa, in realtà, nasconde la messa in opera di una strategia precisa e scientemente perseguita, che è quella di voler eliminare dai luoghi dove si muore, uno dopo l’altro, Dio, la Chiesa, i suoi Ministri ed infine ogni speranza di Vita Eterna, non formalmente negata, ma ridotta a mera fantasia individuale.

Tale finalità è oltretutto perpetrata proprio attraverso l’apparente realizzazione di qualche cosa di bello e di giusto, che quindi porta i più a considerare come “finalmente” si stiano prendendo le decisioni migliori, più inclusive, equilibrate, rispettose e compassionevoli possibili sul fine vita.

Provo ad esporre con semplicità e con ragionamenti al limite del banale, quanto affermo, ovvero come vi sia una volontà, nascosta da apparenti buone intenzioni, che ha nell’marginalizzazione della Chiesa Cattolica la sua ragione di essere.

L’obiettivo mi pare evidente.

Per secoli l’Assistenza Spirituale nei luoghi di cura era un giustificato monopolio della Chiesa Cattolica. Del resto, era stata la Chiesa stessa a creare quest’ultimi.

Formalmente nulla è cambiato ed anche le leggi dello Stato continuano a dare alla Chiesa tale ruolo, però la Chiesa, per mille motivi ha lentamente abbandonato questi tale missione essenziale, privilegiandone altre.

Ora credo che il mainstream abbia deciso che è tempo di prendere possesso anche di tale spazio, iniziando, attraverso l’usuale mistificazione della Verità, processi di sostituzione che usino lo stesso cristianesimo, quale punto di partenza affinché socialmente tali sostituzioni, che non hanno nulla di cristiano, siano ben accolte dai benpensanti e le anime belle.

Quindi le tappe di questa sostituzione del cattolicesimo con un umanismo spirituale, globalizzato e standardizzato, è iniziato, proprio rimettendo al centro la Pastorale della Salute e l’Assistenza Spirituale, elevando il tutto ad bisogno essenziale e mettendo come prioritaria la soddisfazione di tale bisogno attraverso professionalità condivise, ma in realtà snaturando il massaggio cristiano quando la sua abolizione risulti essere in alcuni casi impossibile.

Le tappe sono a mio avviso evidenti:

  1. Ridefinizione di Dio e/o Sua reificazione
  2. Svalutazione della religiosità in favore di una non meglio definita spiritualità
  3. Emarginazione della Chiesa Cattolica
  4. Sostituzione dei suoi Ministri
  5. Creazione di nuove figure professionali caratterizzate dalla loro non appartenenza

I bisogni spirituali dell’uomo

Ovviamente non sarebbe stato possibile negarli ancora per molto.

Ovunque si vede il nascere delle più stravaganti forme di spiritualità. Le strutture sanitarie si sono quindi dovute arrendere all’evidenza. Quindi nell’inevitabilità di riconoscere i bisogni spirituali, questi vengono prima inclusi e poi depotenziati, iniziando a togliere a tali bisogni ogni verticalità e trascendenza, a partire addirittura dalla forma grafica scelta per la loro rappresentazione.

In passato i bisogni erano spesso rappresentati come una piramide che salendo, verso necessità sempre più selettive, andava da quelli più “bassi” a quelli più “alti”, dove i primi dovevano essere realizzati per poter poi pensare ai secondi.

Così avrebbe dovuto essere anche per i bisogni relativi al fine vita, dove ad esempio la gestione del dolore avrebbe dovuto essere risolta prima di ogni bisogno di spiritualità – escludendo ovviamente l’idea, che persino la Chiesa stessa non promuove più da tempo e secondo me erroneamente, che la sofferenza, se donata volontariamente, possa avere fini espiatori, riparatorii e salvifici.

L’OMS ha scelto invece di rappresentare i bisogni del malato e del morente, non con una piramide, ma con l’utilizzo di un grafico a torta che suddividendoli in spicchi, effettivamente li pone tutti sullo stesso piano.

Una qual forma quindi di uguaglianza nell’orizzontalità, ovvero ciò che il filosofo Byung-Chuk Han, nel suo libro “la società senza dolore” chiama “l’’Inferno dell’Uguale”, che ha come conseguenza la morte di ogni forma di Alterità, soprattutto di quella “indisponibile” di Dio.

Tornano al titolo di queste mie riflessioni è evidente come non si possa effettivamente sostituire qualche cosa che sta sopra con qualche cosa che sta sotto e poiché l’obiettivo finale più o meno inconsapevole è quello di sostituire l’uomo a Dio, è necessario che i vari bisogni umani siano posti allo stesso livello e dando loro pari importanza.

Il bisogno spirituale è quindi ridotto solamente a una delle fette di tale torta ed anzi ci si rallegra, con superficialità, che tale “spicchio spirituale” sia stato finalmente inserito e considerato dando questo come un risultato straordinario, quando da sempre invece è risaputo come “non di solo pane vive l’uomo”. Possiamo solo constatare, con tristezza, come nella tentazione a cui Gesù si è sottratto, l’uomo invece vi sia invece caduto in pieno e con soddisfazione, sospinto dalle sue buone intenzioni di inclusività ed uguaglianza.

Al di là del fatto che questo dimostri come sia divenuto ormai praticamente impossibile ed asociale definire delle priorità e porre una qualsiasi cosa sopra un’altra, la divisione per fette equiparabili e sostituibili diviene l’evidente rappresentazione grafica del moderno relativismo etico, morale, dottrinale e religioso.

L’impossibilità, ma soprattutto la scelta di porre la spiritualità, se non sopra, per lo meno al di là o altrove rispetto ai bisogni dell’uomo, ha l’effetto maligno e pernicioso di introdurre ed in qualche modo validare il concetto che sia l’uomo stesso a determinare liberamente quello di cui ha bisogno, in un soggettivismo che porta quale deriva e conseguenza la negazione di Dio, inserendo Dio stesso nell’equazione dei bisogni come una componente tra le tante, una conseguenza delle varie possibilità creative dell’uomo e quindi rendendo “disponibile” ciò che per natura non lo è.

Dio diviene così un bene che l’uomo ha la possibilità, se non la necessità, di creare per soddisfare un suo bisogno naturale, ma che comunque è un bisogno che inizia e termina con la sua vita.

La spiritualità, come definita nelle varie pubblicazioni e soprattutto nell’ottica del fine vita, termine di per sé inaccettabile per un cristiano, è vista essenzialmente o come l’espressione interiore di sentimenti positivi personali quali altruismo, compassione, gentilezza, includendo anche le tendenze artistico-letterarie, al più come una ricerca di un senso giustificante o nel migliore delle ipotesi, come la possibilità personale di credere in qualche cosa o qualcuno che trascende la nostra realtà, ma che resta nell’ambito di una relazione piuttosto terra-terra di cui l’uomo è l’inizio e la fine.  La spiritualità umana è quindi essenzialmente ridotta ad un anelito, ad un sentimento bello e positivo, a qualche cosa di utile e di auspicabile, che, in funzione di una serie di fattori essenzialmente culturali e storici, può essere declinata in aspetti formali e strutturati quali sembrano essere le religioni.

Comunque, è sempre il bisogno che viene considerato come la motivazione ed il traino di ogni cosa e vi è il rischio concreto che Dio sia percepito per ciò che non è, ovvero la semplice risposta ad una necessità, la creazione proiettiva della parte migliore dell’uomo, o il frutto del desiderio dell’uomo di non voler con la morte precipitare nel nulla.

Anche nella sempre meno diffusa ipotesi che tale desiderio derivi da un Dio e che questo sia unico al di là delle sue svariate manifestazioni e modi di lodarlo, è comunque limitato nel suo essere a rappresentare poco più di una risposta ad una domanda dell’uomo.

È un Dio sconosciuto, inattivo, ozioso e lontano e che, per tale motivo, si presta ad ogni genere di manipolazione personale da parte dell’uomo, che, in quanto portatore di bisogni e desideri, strofinano la sua personale lampada d’Aladino, se lo configura a misura della sua propria pochezza.

Da qui lo strapotere dell’antropologia e della psicologia nei programmi di formazione degli Assistenti Spirituali nei luoghi della sofferenza.

Perché ascoltando e capendo l’uomo, posso comprendere ed assecondare quale sia il suo dio.

Vi è la completa rivoluzione del senso della giustificazione e del perdono.

Il mantra da ripetere è diventato “imparare a perdonarsi”, togliendo contemporaneamente il senso del peccato e la grazia del perdono che per essere tale deve essere concesso da un’Alterità, Alterità che invece è stata cancellata dall’autogiustificazione.

Si è così ottenuto lo svuotamento dei sacramenti in modo particolare quello della Confessione e dell’Unzione, con l’istaurazione di un protestantesimo di fatto nell’assistenza spirituale che ha come prima conseguenza, oltre che all’eliminazione dei sacramenti anche la marginalizzazione di Maria nelle corsie degli ospedali e nella Pastorale della Salute.

Inoltre, le autorità sanitarie, con scaltrezza, scelgono di non esprimersi sul motivo per cui vi è nell’uomo tale bisogno spirituale, ma lasciano ad ognuno la possibilità di rispondere a piacimento a tale quesito, in qualche modo escludendo ogni forma di religione che ha in sé una qual gerarchia, dogma, credo.

Segnalando semplicemente il fatto che vi è un bisogno di spiritualità ed inventando “strumenti” per quantificare tale bisogno, si trasforma la spiritualità in un evento misurabile, scientifico e quindi accettabile per il mondo sanitario. Un passe-partout dell’essere accettati dal mondo.

Peccato che così facendo sia svuotata la spiritualità di ogni trascendenza.

Questo visone del bisogno spirituale esclude a priori una relazione amorevole, personale e comunitaria, con un Dio conosciuto e che da sempre e per sempre ama ed agisce per primo.  Quindi implicitamente si esclude il Dio Cristiano. Il rapporto uomo-Dio e l’ordine dei fattori non è casuale, diventa esclusivamente un rapporto mercantile legato alla soddisfazione di un bisogno, che con l’avvicinarsi della morte, guarda caso, diventa solo più pressante e quindi da gestire.

La gestione di tale bisogno è demandata quindi all’uomo, nella persona di un individuo formato che, in modo professionale, sa come soddisfarlo.

Non più un Cappellano, che nell’umiltà si offre quale strumento dello Spirito, lasciando in qualche modo a quest’Ultimo il compito di agire, ma un professionista preparato, possibilmente empatico, che agisce in base ad un compito protocollato, per un benessere di chi soffre, anestetizzante quanto passeggero.

La soddisfazione di un bisogno, che in quanto umano termina con la vita dell’uomo, implica che la vera finalità diventi il far passare nel modo migliore un tempo breve, anestetizzando quest’ultimo in vario modo e ad ogni prezzo.

Per assurdo, la finalità della nuova Assistenza Spirituale è il non far pensare alla morte e quindi, anche il bisogno spirituale più profondo, viene gestito nel modo migliore a patto che non si apra una porta sull’eternità, la quale è lasciata alla totale arbitrarietà del morente, del suo credo e delle sue forme per manifestarlo, con quella formula diffusa del “io credo ma non sono praticante” che è ormai diventato un’assurda consuetudine.

Il primo passo verso l’esclusione di Dio dai luoghi del morire è quindi stato compiuto, con scientifica razionalità ed eleganza e con quel pizzico di lungimiranza, che già anticipa la Sua definitiva morte, in quanto la morte dell’uomo diventa la morte del suo dio fai da te.

La religiosità

Ovviamente dare al bisogno di spiritualità la semplice risposta del prenderne atto è solo l’inizio di un percorso alquanto evidente che ha come obiettivo finale la liberazione dell’uomo da Cristo.

La seconda tappa di questo percorso ha come corollario, la svalutazione della Sua Chiesa, dando ad essa un aspetto esclusivamente formale, confinando la religiosità ad una funzionalità rappresentativa. Si definisce quindi la religione come la semplice modalità rituale per la soddisfazione di tale bisogno di spiritualità.

Essendo quindi la religione solo un mezzo, uno strumento, ne consegue che ogni strumento che ha le stesse funzioni, ovvero ogni religione, pur se diverse nelle modalità, siano in realtà identiche nell’obiettivo e quindi diventano, come le fette di torta di cui sopra, intercambiabili l’una con l’altra. E se sono intercambiabili sono inutili e/o sostituibili.

Il corollario implicito di tutto questo allora diventa il non tanto celato progetto di unificare le religioni, in un improbabile minestrone dove il brodo è la spiritualità e le religioni sono i vari ortaggi.

Ogni religione essendo essenzialmente percepita come una multiforme e diversificata manifestazione formale di una spiritualità comune, deve essere ovviamente demandata e gestita nella sua specificità, da quelli che sono i professionisti di uno specifico culto, ad esempio preti, iman, rabbino, monaci. Non più uomini di Dio, ma esecutori di un culto.

Ovviamente, sempre nell’ottica strampalata o malvagia della rielaborazione della morte e del morire, tali figure non possono quindi a priori far parte del team curante di un Hospice e nei corridoi degli ospedali, in quanto portatori di una visione parziale e settaria, che non può soddisfare un bisogno globale quale la spiritualità.

Tali professionisti del culto possono e devono di conseguenza operare in Hospice ed Ospedali solo a chiamata per svolgere i loro arcaici e superstiziosi rituali, in favore di chi, malgrado l’apertura e la specifica professionalità dell’Assistente Spirituale che lo apre ad una Spiritualità Universale, sia così testardo dal rimanere ancorato ad un passato lontano ed oscurantista.

La chiesa in uscita, tanto acclamata oggi, viene ridotta ad una Chiesa, sì in uscita, ma per compiere una “delivery” a comando.

Un assodata ed accettata differenza tra spiritualità e religione, frutto di un mainstream non più in discussione, porta semplicemente al fatto che in Hospice ed in Ospedale è l’’Assistente Spirituale ad entrare al capezzale del sofferente, mentre ne sta uscendo il prete.

Questa visione che vuole la spiritualità essere un bisogno universale e le religioni le risposte localizzate e settoriali a tale bisogno è forse la più grande spinta al sincretismo religioso, che essendo un cocktail di cose buone, non può non essere accolta favorevolmente dall’uomo di  oggi  attratto da una spiritualità che ha risposte fai da te, semplici, immediate e soprattutto esenti dal rimando alla Croce e da quelle parole “dure” che se ammorbidite, da “Parola di Dio” diventano consolante e falso balbettio dell’uomo.

Quello a cui assistiamo è molto pericoloso subdolo e vorrei usare anche il termine diabolico. Se la spiritualità è vista come un bisogno di ogni uomo, un bisogno innato, questo può avere due origini.

La prima è di essere una creazione dell’uomo stesso e quindi stiamo parlando del nulla, o meglio di qualche cosa che l’uomo stesso può soddisfare, la seconda che sia d’ispirazione divina, ma l’unico Dio che oggi viene ritenuto degno di considerazione è un Dio in divenire, un Dio mutevole, persino fluido, per quanto questo sia assurdo. Si nega l’immutabilità della Verità.

Anche in questo caso, però, se è da questo concetto di spiritualità che si fa derivare la nascita delle varie religioni, viste come manifestazione sociale e culturale di questo bisogno universale di, o da, Dio, ognuna è di fondo identica all’altra, promuove le stesse cose, visto che devono tutte soddisfare lo stesso bisogno e quindi, con la stessa procedura della globalizzazione commerciale ed economica, si arriverà nel tempo ad una qual uniformazione del “prodotto religioso” atto a soddisfare il bisogno incomprimibile di un Dio sconosciuto ed immaginario, ma facilmente fruibile in quanto “standardizzato”.

Quindi, se ad esempio, il bisogno e quello di nutrirsi, in india posso mangiare il curry ed in Italia la pasta, entrambi cibi, ma verrà fatto di tutto per poter mangiare al più presto ovunque un Mc Donald, in un “Tutti Fratelli” che, ormai già realizzato nei consumi, è in corso di realizzazione in un credo comune che per essere tale deve annacquare la Verità.

Resto sempre stupito quando vedo la Chiesa aprirsi con tanta generosità all’ecumenismo ed alla multi-religiosità, spesso dimenticando molti suoi martiri, mentre molti dei suoi ministri entusiasticamente promuovono i molti sentieri diversi per giungere alla stessa vetta ed altri addirittura parlano dell’esistenza di più vette, da raggiungere come individualmente si vuole, perché di fondo “basta che si salga”.

Da quando subdolamente è stata introdotta questa differenza sostanziale tra spiritualità e religiosità e da quando questo separare le due cose è diventa verità assoluta?

Da quando invece che innalzare i piccoli si è iniziato ad abbassare l’asticella della Salvezza al livello dei tiepidi?

Quindi i religiosi ed i consacrati non possono essere per loro stessa natura, nell’attuale sistema sanitario le persone adatte a soddisfare il bisogno di spiritualità come definito dalle linee guida degli Hospices e degli ospedali, in quanto il loro stesso credo implica l’impossibilità di rinnegarlo in favore di variegate ed onnipresenti verità individuali. Tali verità individuali, che necessitano sicuramente di essere ascoltate ed accolte, non possono avere pari dignità rispetto alla Verità Rivelata e questo deve essere detto.

Non è né tentativo di conversione né proselitismo affermare la Verità. 

Un Assistente Spirituale in ogni Hospice come membro del team curante

Come detto il primo passo è stato, dopo avere legittimato il bisogno spirituale, l’averlo contemporaneamente svalutato, parificandolo ad altri bisogni umani.

Da qui il pericoloso corollario che vuole che alla base di tale bisogno vi sia l’uomo e non Dio, considerato Dio come un bisogno autogenerato.

Si è posto quindi l’uomo al centro, in qualche modo riducendolo ai suoi bisogni umani da soddisfare in un lasso di tempo specifico, ovvero il breve tempo di vita rimasto.

Obiettivi ed orizzonti sono stati quindi artificiosamente ridotti e limitati e con essi ogni forma di speranza, con la consapevolezza che l’assenza di speranza è la condizione minima per la promozione dell’eutanasia.

Il secondo passo è stato quindi la separazione netta tra spirituale e religione, cosa che nel fine vita è assolutamente insensato, in quanto non vi è posto come l’Hospice o l’Ospedale dove, se privati da liturgie codificate, l’uomo inventa liturgie fai da te. Con questa separazione, apparentemente sensata e supportata da un’abbondanza di dati e ricerche, si è raggiunto il vero obiettivo, che è quello che ogni religione sia essenzialmente intercambiabile e che sia un fatto più sociale, comunitario e tradizionale, piuttosto che una realtà ontologica ed una verità rivelata.

Riducendo la religione a scelta personale e ad insieme di manifestazioni formali, che vengono declinate in modo diversi nelle varie religioni possibili, tutte accettabili a priori, si trasforma implicitamente la figura del sacerdote e dei religiosi in professionisti di uno specifico culto, snaturando completamente la loro natura oggettiva e relegandoli ad una specificità settoriale e definita.

Questo implica come sia impossibile che sacerdoti e religiosi, così definiti, possano essere coloro che soddisfano i bisogni spirituali dell’uomo a fine vita e nei momenti di sofferenza, in quanto essendo questi bisogni universali non possono essere professionalmente gestiti da chi, ordinato o religioso, ha una chiara appartenenza confessionale.

Quindi se il primo passo ha escluso Dio dal morire ed il secondo ha escluso la Chiesa, ora si escludono i suoi sacerdoti e ministri dall’assistenza, autorizzata ed approvata, ai sofferenti

Ma questa esclusione, che ha portato ad un vuoto effettivo attorno al morente, viene però subitaneamente e provvidenzialmente riempito da una nuova figura professionale, così importante da divenire parte del Team Curante stesso.

Questa nuova figura professionale è l’Assistente Spirituale laico, il cui nome, guarda caso, sempre per alimentare la confusione e dare un senso di continuità alla tradizione culturale ancora in essere, viene preso direttamente dalla tradizione cristiana, ma che con questa non ha nulla a che vedere.

Si continua a giocare su termini, nomi e significati esattamente come si è visto nell’aver trasformato il concetto cristiano di “buona morte”, nella nuova denominazione dell’eutanasia.

Questo nuovo transformer della cura, ovvero l’Assistente Spirituale laico 2.0, è stato concepito come il mostro di Frankenstein in quanto creato prendendo, nelle varie religioni e nelle varie scienze del sapere, spizzichi e bocconi, per creare una nuova entità adatta ad ogni circostanza.

Di fondo è proprio l’adattabilità e la fluidità, la caratteristica fondante di questa nuova figura professionale. Se a queste caratteristiche di base aggiungiamo l’apertura, l’assenza di giudizio, l’inclusività e consideriamo come la ragione del suo agire sia l’immediato benessere del paziente, per il tempo di vita che gli rimane e non la salvezza della sua anima per l’eternità, comprendiamo come il nuovo Assistente Spirituale non possa essere per sua stessa natura, un prete a patto che quest’ultimo sia disposto a vivere nel compromesso, in cambio almeno di poter stare accanto al morente per compiere il suo ministero quando e dove possibile con i pesantissimi limiti imposti.

Inoltre, elevando, se così si può dire, l’Assistenza Spirituale ad una professione, questo ha comportato che quest’ultimo diventi dipendente di qualcuno, di un padrone, che non è certamente Dio al quale ora non deve, o non sente di dover più rispondere, ma la Struttura che lo ha accolto e che in molti casi lo paga. Vi è quindi il rischio che l’Assistente Spirituale sia chiamato a svendere la sua indipendenza e libertà, che è prezioso dono di Dio, in cambio di un riconoscimento umano che esalti la sua professionalità, professionalità che viene definita da un core curriculum, che è l’ultima tappa di un percorso che vuole di fondo semplicemente protocollare la morte, svuotandola di ogni suo senso.

Quindi dai luoghi dove si muore dopo aver eliminato Dio ed eliminato la Chiesa, sono stati epurati i suoi ministri che vengono ora sostituiti con grande rapidità da un professionista dello spirito in alcuni casi, ad esempio all’Hospice di Lugano, chiamato consulente dello spirito.

Il Core Curriculum

Leggendo con attenzione il core curriculum redatto dalla Società Italiana di Cure Palliative quanto al ruolo ed alle capacità necessarie per essere un Assistente Spirituale, dopo avere apprezzato ogni riga e la razionalità e la chiarezza para scientifica dell’esposizione, si notano due aspetti essenziali, che sono l’ultimo colpo di piccone a tutto quanto ritenevamo essere il significato e le modalità nell’accompagnare l’uomo verso il mistero della morte.

In primo luogo, si parla essenzialmente di skills e competenze.

Queste sono quelle che generalmente definiscono ed inquadrano una professione non una vocazione. Non vi sarebbe nulla di male di per sé, ma è semplicemente la costatazione che, chi fino a qui si occupava di assistenza spirituale ai morenti, essenzialmente i preti, avevano nella vocazione la ragione del loro operare e non necessitavano di competenze particolari, per quanto queste ovviamente sempre benvenute e che comunque questi skills erano subordinate ad un ministero a cui erano stati chiamati.

Ma in un’Assistenza Spirituale moderna, vi è stato una sostituzione tra vocazione e professionalità e tra fede e conoscenza, favorendo skills e burocratizzazione, con la sottintesa epurazione della Carità, senza la quale sappiamo bene quale sia il valore di ogni talento.

Secondariamente non vi nessun riferimento ad un credo, ad un qualsiasi credo, che dichiari la vita essere eterna.

Dopo quindi aver eliminato Dio, la Chiesa ed i suoi ministri, l’obiettivo sembra essere quello di voler estirpare ogni riferimento alla vita eterna.

La vita eterna non diviene neppure più una possibilità da non escludere a priori, ma viene ridotta ad un sentire, un sentimento personale di chi sta morendo o di chi lo assiste.

Un semplice palliativo al terrore del nulla.

La mia domanda ora è la seguente:

È il credere nella Vita Eterna una “competenza “necessaria per l’assistente Spirituale chiamato ad accompagnare i morenti?

A leggere il Core Curriculum dell’Assistente Spirituale ed i vari programmi di formazione, la risposta sembra essere un chiaro No.

Quindi, si ritorna al punto di partenza, nessuna Trascendenza, nessuna verticalità e neppure l’ipotesi di un tempo e di una vita diversa dal poco tempo che rimane al morente e di una vita che appare destinata a finire per sempre.

Mi chiedo veramente come possa, chi sta accanto ai morenti, con un ruolo ed una funzione ben precisa, ovvero quella di assisterli spiritualmente nei momenti che li separano dalla morte, non credere o per lo meno sperare, che tale morte sia solo un transito ad una nuova vita.

Come può non desiderarlo con tutto sé stesso chi, al di là delle skills apprese e necessarie, è chiamato essenzialmente ad amare.

E soprattutto, dopo essere stato accanto ai morenti, fonte viva di verità eterne, come può non aver sperimentalmente appreso, se non “visto”, ciò che rende l’uomo irriducibilmente eterno?

Quindi avremo potenzialmente in futuro, accanto a chi muore e quindi, un giorno, al nostro fianco, assistenti spirituali preparati ad assecondarci nelle nostre credenze più stravaganti, se non pericolosamente sbagliate, ma incapaci, strutturalmente e per mandato, di dire una qualsiasi parola di vita eterna.

Sembra quindi che l’abisso tra il mondo e la Chiesa sul soffrire e sul morire, sia divenuto incolmabile.

Non posso che auspicare, pregando, che la Chiesa innanzitutto si renda conto di quanto stia accadendo e della intrinseca malvagità di alcune strategie in atto.

Che la Chiesa non si lasci coinvolgere come utile stampella, in una tendenza che non può condividere, ancor più se presentata come progresso sociale e cosa “buona”.

Che non lasci che i suoi ministri, in cambio di essere in qualche modo accanto a chi muore accettino compromessi e negoziazioni umilianti, confondendo l’umiliazione con la necessaria umiltà e mitezza.

Che riporti al cuore della sua pastorale la Croce e la morte di Cristo e dell’uomo e il loro valore salvifico e riparatorio.

Che veda nel morire dell’uomo l’ultima possibilità di compiere la sua missione di riconciliare in Cristo ogni cosa.

Ma poiché tutto questo sarà fortemente osteggiato, auspico e prego che, ripescando nella gloriosa tradizione di costruttrice di luoghi a maggior Gloria di Dio e per la salvezza delle anime, usi le sue risorse, che con lagnosa impotenza considera ora insufficienti, implicitamente sconfessando così la Provvidenza, nel paragonarle con un passato che non potrà più tornare, si impegni nella costruzione e gestione di  Hospice Cattolici ai quali dare la necessaria indipendenza non convenzionandoli con il Servizio Sanitario Nazionale, ma finanziando il tutto con la carità, le donazioni ed i lasciti, come da sempre si è sempre sostenuta ogni opera relativa alla salute, corporale ed eterna dell’uomo, quando non ci si voltava durante la Semina e si era certi della copiosità dei suoi frutti.

Alfredo Villa

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