Agricoltura Sostenibile e Distributista

Molti parlano di sostenibilità, noi di Luces Veritatis cerchiamo di realizzarla in agricoltura considerando le qualità che essa dovrebbe avere:

  • Economica: ogni attività agricola deve avere una produttività e una remunerazione adeguate per consentirle di prosperare, cercando al contempo di contenere il costo anche per il cliente finale, in genere attraverso una filiera corta e la riduzione dei costi energetici e dei trattamenti, che vanno assolutamente minimizzati, quando non eliminati del tutto.
  • Sociale: l’attività agricola deve avere un impatto sociale benefico, creando posti di lavoro adeguatamente retribuiti e con brevi periodi di vuoto lavoro, puntando alla progressiva crescita professionale di tutto il personale coinvolto. Inoltre non deve avere effetti negativi sulla salute di chi ci lavora e di chi si alimenta con i prodotti agricoli ma, al contrario, dovrebbe avere un’effetto di prevenzione per una salute migliore a partire dalla tavola
  • Ambientale: l’agricoltura deve inserirsi nei cicli naturali, entarre in simbiosi e in sinergia con le erbe spontanee, avvalersi di varietà locali e di selezione della semente al fine di creare varietà sempre più inserite nel contesto locale e sempre più forti. Inoltre, non dovrebbe fare uso di trattamenti invasivi né, tantomeno, dannosi per l’ambiente, seppur mantenendo il fine primario di produrre per l’alimentazione umana e per altre attività umane (prodotti tessili, legname, …)

Queste qualità si raggiungono mediante varie metodologie incluse quelle per una corretta rotazione colturale, una efficace policoltura, l’autoproduzione della semente, la riscoperta e valorizzazione di varietà antiche e locali, la selezione migliorativa della semente, il rispetto dei cicli naturali, …

Altro elemento molto importante dell’agricoltura secondo Luces Veritatis è l’approccio distributista, di cui si possono avere dettagli a questo link.

L’agricoltura del Progetto di Luces Veritatis si fonda, come il resto degli elementi del progetto, sulla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, di cui riportiamo, più avanti, alcuni brani d’esempio, con il riferimento alla fonte.

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    Dal Dizionario di dottrina sociale della Chiesa – Suolo: uso, abuso e consumo

    La terra nella dottrina sociale

    Già san Giovanni Paolo II ha messo esplicitamente a tema l’abuso delle risorse naturali: «non si può fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri viventi o inanimati – animali, piante, elementi naturali – come si vuole, a seconda delle proprie esigenze economiche» (Sollicitudo rei socialis, 34) Sono quindi da scongiurare «la contaminazione dell’ambiente, con gravi conseguenze per la salute della popolazione» e l’impiego delle risorse «come se fossero inesauribili», cosa che mette «seriamente in pericolo la loro disponibilità non solo per la generazione presente, ma soprattutto per quelle future». Ciò perché «il dominio accordato dal Creatore all’uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di “usare e abusare”, o di disporre delle cose come meglio aggrada» (ibid.).

    Sulla stessa linea, la Laudato si’ (2015, 67) ricorda che i testi biblici «invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (Gn 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future».

    Il suolo, infatti, non è solamente una risorsa da far fruttificare, in quanto ha in sé una preziosissima valenza ambientale: «per il buon funzionamento degli ecosistemi sono necessari anche i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi» che il terreno racchiude, giacché «ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua» (Laudato si’ , 34 e 84). Inoltre, il terreno e come esso è utilizzato e modellato dall’uomo sono componenti fondamentali del paesaggio, come evocato con accento lirico da Papa Francesco: «Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio. La storia della propria amicizia con Dio si sviluppa sempre in uno spazio geografico che diventa un segno molto personale, e ognuno di noi conserva nella memoria luoghi il cui ricordo gli fa tanto bene. Chi è cresciuto tra i monti, o chi da bambino sedeva accanto al ruscello per bere […], quando ritorna in quei luoghi si sente chiamato a recuperare la propria identità.” (ivi, 84)

    Per una Migliore Distribuzione Della Terra

    PROBLEMI LEGATI ALLA CONCENTRAZIONE DELLA PROPRIETÀ DELLA TERRA

    L’ipoteca del passato nella situazione attuale

    4. La struttura agraria dei Paesi in via di sviluppo è spesso caratterizzata da una distribuzione di tipo bimodale. Un esiguo numero di grandi proprietari terrieri possiede la maggior parte della superficie coltivabile, mentre una moltitudine di piccolissimi proprietari, di affittuari e di coloni coltivano la superficie rimanente che è spesso di qualità inferiore. La grande proprietà caratterizza, ancor oggi, il regime fondiario di una buona parte di tali Paesi.(4)

    Il processo di concentrazione della proprietà della terra ha origini storiche diverse, a seconda delle regioni. Per il particolare interesse che presenta per la nostra riflessione, va segnalato che, nelle aree che furono soggette a dominazione coloniale, la concentrazione della terra in fondi di grandi dimensioni si è sviluppata soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso, attraverso la progressiva appropriazione privata della terra, favorita da leggi che hanno introdotto gravi distorsioni nel mercato fondiario.(5)

    L’appropriazione privata della terra non ha avuto come sola conseguenza la formazione ed il consolidamento di grandi proprietà terriere, ma anche l’effetto, diametralmente opposto, della polverizzazione della piccola proprietà.

    Il piccolo coltivatore,(6) nella migliore delle ipotesi, poteva acquistare un’esigua superficie di terra, da lavorare con la propria famiglia. Quando questa aumentava, egli non era in grado, però, di allargare la sua proprietà, a meno che non fosse disposto a spostarsi, con i propri familiari, su terre meno fertili e più lontane, che richiedevano un più alto impiego di lavoro per unità di prodotto.

    Si determinavano, in tal modo, le condizioni per l’ulteriore frammentazione della già piccola estensione di terra posseduta e, in ogni caso, per l’aggravamento della povertà del coltivatore e della sua famiglia.

    5. Negli ultimi decenni, questa situazione non è sostanzialmente mutata, anzi, in molti casi, essa è andata via via peggiorando, sebbene l’esperienza di ogni giorno confermi la negatività del suo impatto sulla crescita dell’economia e sullo sviluppo sociale.(7)

    Alla base di tutto ciò, vi è l’interagire di un complesso di fenomeni che sono di particolare gravità e che, nonostante le specificità nazionali, presentano tratti marcatamente simili tra i vari Paesi.

    Le strade dello sviluppo economico percorse dai diversi Paesi in via di sviluppo negli ultimi decenni hanno spesso incentivato il processo di concentrazione della proprietà della terra. In genere, tale processo sembra essere conseguenza di misure di politica economica e di vincoli strutturali non mutabili nel breve periodo e causa di costi economici, sociali ed ambientali.

    Una valutazione critica delle scelte di politica economica

    L’industrializzazione a spese dell’agricoltura

    6. Per realizzare in tempi brevi la modernizzazione dell’economia nazionale, molti Paesi in via di sviluppo si sono prevalentemente basati sulla convinzione, spesso non giustificata, che la rapida industrializzazione possa produrre un miglioramento del benessere economico generale anche se avviene a spese dell’agricoltura.

    Essi hanno adottato, di conseguenza, politiche di protezione delle produzioni industriali interne e di manipolazione dei tassi di cambio delle monete nazionali in svantaggio dell’agricoltura; politiche di tassazione delle esportazioni di prodotti agricoli; politiche di sostegno del potere d’acquisto delle popolazioni urbane basate sul controllo dei prezzi dei prodotti alimentari, o altre forme di intervento che, alterando il meccanismo distributivo dei mercati, hanno spesso portato ad un peggioramento dei termini di cambio della produzione agricola rispetto a quella industriale.

    La caduta dei redditi agricoli che ne è derivata ha gravemente colpito i piccoli produttori, al punto che molti di essi hanno abbandonato l’attività agricola. Tutto ciò ha incentivato il processo di concentrazione della proprietà della terra.

    Le esperienze fallimentari di riforma agraria

    7. In molti Paesi in via di sviluppo, in questi ultimi decenni, sono state attuate delle riforme agrarie tese ad assicurare una più equa ripartizione della proprietà e dell’uso della terra. Solo in alcuni casi queste riforme hanno raggiunto gli obiettivi prefissati. In buona parte di tali Paesi, invece, esse hanno profondamente disilluso le aspettative.

    Uno degli errori principali è stato ritenere che la riforma agraria consista essenzialmente nella semplice ripartizione ed assegnazione della terra.

    Gli insuccessi possono essere imputati, in parte, ad una impropria interpretazione delle esigenze del settore agricolo in transizione da una fase di sussistenza ad una di integrazione con i mercati domestici ed internazionali, in parte a scarsa professionalità nella progettazione, nell’organizzazione e nella gestione della riforma.(8)

    In sintesi, gli interventi di riforma agraria hanno fallito i loro obiettivi: di ridurre la concentrazione della terra nel latifondo, di dare vita a imprese capaci di crescita autonoma, di impedire l’espulsione dalla terra delle grandi masse contadine e la loro emigrazione verso i centri urbani o verso le terre ancora libere o marginali e povere di infrastrutture sociali.

    8. In molti casi i governi non si sono sufficientemente preoccupati di dotare le zone di riforma delle infrastrutture e dei servizi sociali necessari; di realizzare una efficiente organizzazione di assistenza tecnica; di assicurare un accesso equo al credito a costi sostenibili; di limitare le distorsioni a favore delle grandi proprietà terriere; di richiedere agli assegnatari prezzi e forme di pagamento delle terre ricevute compatibili con le esigenze di sviluppo delle loro imprese e con le esigenze di vita delle loro famiglie. I piccoli coltivatori, costretti a indebitarsi, spesso devono vendere i loro diritti e abbandonare l’attività agricola.

    Una seconda importante causa di insuccesso delle riforme agrarie è derivata dalla mancata considerazione della storia e delle tradizioni culturali delle società agricole, che ha spesso portato a favorire delle strutture fondiarie in contrasto con le forme tradizionali di proprietà della terra.

    Altre due realtà, infine, hanno concorso a destabilizzare sensibilmente il processo di riforma: una deplorevole serie di forme di corruzione, servilismo politico e collusione che ha portato a concederne estensioni amplissime ai membri dei gruppi dirigenti, e la presenza di importanti interessi stranieri, preoccupati delle conseguenze di una riforma per le loro attività economiche.

    La gestione delle esportazioni agricole

    9. In molti Paesi in via di sviluppo, anche le modalità con cui le politiche agrarie hanno gestito l’esportazione delle produzioni agricole hanno spesso favorito il processo di concentrazione della proprietà della terra in poche mani.

    Per alcuni prodotti sono state adottate politiche di controllo dei prezzi, favorevoli alle grandi imprese agro-industriali e ai coltivatori di prodotti per l’esportazione, che hanno però penalizzato i piccoli coltivatori di prodotti agricoli tradizionali.(9) Altre politiche hanno indirizzato l’intero sistema delle infrastrutture e dei servizi prevalentemente secondo gli interessi dei grandi agricoltori. In altri casi ancora, le politiche fiscali riguardanti l’agricoltura hanno agevolato i profitti di certi gruppi di proprietari (singole persone fisiche o società di capitale) e hanno permesso di ammortizzare, in tempi relativamente brevi, gli investimenti fissi, senza prevedere imposte progressive o comunque permettendo una facile evasione fiscale. Vi sono state, infine, politiche di agevolazione del credito all’agricoltura che hanno distorto i rapporti di prezzo tra capitale fondiario e lavoro.

    Si è incoraggiato, in tal modo, un processo di accumulazione basato sull’investimento in terra. Da questo processo sono stati esclusi i piccoli coltivatori, spesso ai margini del mercato della terra.

    L’aumento dei prezzi della terra e la diminuzione della domanda di lavoro, dovuta alla meccanizzazione delle operazioni colturali agricole, rendono difficile ai piccoli coltivatori, quando non sono consociati, l’accesso al credito di lungo periodo e quindi l’acquisto di terra.

    10. L’obiettivo di perseguire la riduzione del debito internazionale attraverso l’esportazione può portare ad una diminuzione del livello di benessere dei piccoli agricoltori che spesso non coltivano prodotti da esportare.

    Le carenze del servizio pubblico di formazione agricola non consentono a questi coltivatori, che si dedicano per necessità ad un’agricoltura prevalentemente di sussistenza ricorrendo a pratiche tradizionali, di acquisire la preparazione tecnica necessaria per compiere correttamente le operazioni colturali richieste dai nuovi prodotti. Le difficoltà che i piccoli agricoltori, scarsamente integrati con il mercato, incontrano nell’accesso al credito limitano le loro possibilità di acquistare i fattori di produzione che le nuove tecniche esigono. La scarsa conoscenza del mercato non permette loro di essere informati sull’andamento dei prezzi dei prodotti e di ottenere la qualità che l’esportazione esige.

    Nelle piccole proprietà, la coltivazione dei prodotti per l’esportazione, incentivata dal mercato, avviene spesso a spese delle produzioni destinate in gran parte all’autoconsumo e, pertanto, espone la famiglia agricola a forti rischi. Se l’andamento stagionale o le condizioni di mercato sono sfavorevoli, la famiglia del piccolo coltivatore può entrare nella spirale della fame e accumulare debiti che la costringono a perdere la proprietà della sua terra.

    L’espropriazione delle terre delle popolazioni indigene

    11. In questi ultimi decenni si è registrata un’intensa e continua espansione delle varie forme di attività economica basate sull’uso delle risorse naturali verso le terre tradizionalmente occupate dai popoli indigeni.

    Nella maggioranza dei casi, la diffusione delle grandi imprese agricole, la realizzazione di impianti idroelettrici, lo sfruttamento delle risorse minerarie, del petrolio e delle masse legnose delle foreste nelle aree di espansione della frontiera agricola sono stati decisi, pianificati ed attuati ignorando i diritti degli abitanti indigeni.(10)

    Tutto ciò avviene nel rispetto della legalità, ma il diritto di proprietà sancito dalla legge è in conflitto con il diritto all’uso del suolo derivante da un’occupazione e da una appartenenza le cui origini si perdono nel tempo.

    Le popolazioni indigene, che nella loro cultura e nella loro spiritualità considerano la terra la base di ogni valore ed il fattore che le unisce e alimenta la loro identità, hanno perduto il diritto legale alla proprietà delle terre sulle quali vivono da secoli già al momento della costituzione dei primi grandi latifondi. Pertanto, possono essere private improvvisamente di queste terre qualora i detentori vecchi o nuovi del titolo legale di proprietà vogliano prenderne concretamente possesso, anche se per decenni se ne sono disinteressati. Può anche accadere che gli indigeni corrano il rischio, tanto assurdo quanto concreto, di essere considerati invasori delle loro terre.

    La sola alternativa alla possibilità di essere espulsi dalle proprie terre è la disponibilità a lavorare alle dipendenze delle grandi imprese o ad emigrare. Questi popoli, in ogni caso, vengono spogliati della loro terra e della loro cultura.

    Violenze e complicità

    12. La storia di molte aree rurali è stata caratterizzata spesso da conflitti, ingiustizie sociali e forme di violenza non controllate.

    L’élite fondiaria e le grandi imprese impegnate nello sfruttamento di risorse minerarie e del legname non hanno esitato, in molte occasioni, ad instaurare un clima di terrore per sedare le proteste dei lavoratori, obbligati a ritmi di lavoro disumani e rimunerati con salari che spesso non coprono le spese di viaggio, vitto e alloggio. Lo stesso clima si è instaurato per vincere i conflitti con i piccoli agricoltori che coltivano da lungo tempo terre demaniali o altre terre o per appropriarsi delle terre occupate dai popoli indigeni.

    In queste lotte vengono utilizzati metodi intimidatori, si provocano arresti illegali e, in casi estremi, si assoldano gruppi armati per distruggere i beni e i raccolti, togliere potere ai leaders delle comunità, sbarazzarsi di persone, compresi coloro che prendono le difese dei deboli, tra cui vanno ricordati anche molti responsabili della Chiesa.

    I rappresentanti del pubblico potere, spesso, sono direttamente complici di queste violenze. L’impunità agli esecutori e ai mandanti dei delitti viene garantita da deficienze nell’amministrazione della giustizia e dall’indifferenza di molti Stati verso gli strumenti giuridici internazionali riguardanti il rispetto dei diritti umani.

    Nodi istituzionali e strutturali da risolvere

    13. I Paesi in via di sviluppo possono contrastare efficacemente l’attuale processo di concentrazione della proprietà della terra se affrontano alcune situazioni che si connotano come veri e propri nodi strutturali. Tali sono le carenze e i ritardi a livello legislativo in tema di riconoscimento del titolo di proprietà della terra e in relazione al mercato del credito; il disinteresse per la ricerca e la formazione in agricoltura; la negligenza a proposito di servizi sociali e di infrastrutture nelle aree rurali.