Don Bosco e il Papato. Marco Begato, sdb.
RIlanciamo con grande piacere una serie di articoli di Don Marco Begato su Don Bosco e il Papato, pubblicati dal blog di Marco Tosatti.
I post sono divisi in capitoli, qui raggruppati per comodità. Di ognuno viene fornito il link al blog di Marco Tosatti ma, per semplicità di lettura, viene riportato anche il testo.
La serie è ancora in fase di completamento e quindi, come usciranno i nuovi capitoli, il nostro post sarà ripubblicato con gli aggiornamenti.
Un immenso grazie a Don Marco e a Marco Tosatti.
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L’immagine di don Bosco è presa dal sito “Ape Social Wear“.
Don Bosco e il Papato. Marco Begato, sdb. Primo Capitolo.
Link all’originale sul blog di Marco Tosatti
Negli ultimi anni ho svolto un itinerario per tappe attorno all’insegnamento di don Bosco, basandomi sulla rilettura commentata di alcuni suoi scritti più o meno noti. Le puntate precedenti sono disponibili in rete. Ringrazio chi oggi ospita il nuovo tema: è venuto dunque il momento di avvicinare il pensiero del santo torinese riguardo al Papa e al Papato. Lo faccio con grande passione e curiosità, soprattutto perché vorrei capire in che misura siano tra loro collegati l’amore di don Bosco al Pontefice e il suo schieramento nella frangia del cattolicesimo intransigente: questi due aspetti possono essere separati in don Bosco? E, più in generale, in cosa è consistito l’amore al Papato di don Bosco? Quali limiti aveva? Quali stratagemmi ha utilizzato?
La Storia Ecclesiastica
Ho scaricato dal consueto sito (https://www.donboscosanto.eu/) la quarta edizione della celebre „Storia Ecclesiastica”, compilata da don Bosco attraverso un lavoro di selezione metodica e ideologica delle principali storie ecclesiastiche del suo tempo. Dico ideologica, perché don Bosco non fa una storia in senso scientifico moderno, bensì seleziona gli episodi in chiave educativa a uso dei suoi giovani. Andiamo a leggere cosa ci racconta don Bosco, servirà come ripasso edificante delle glorie del Papato. Al solito lasceremo alcuni commenti tra le citazioni e altre conclusioni generali per il finale.
Per chi si fosse perso i miei interventi precedenti – sull’eucaristia, la confessione, la devozione a san Giuseppe e forse altro – ricordo che non mi pongo obiettivi scientifici. Scelgo molto più semplicemente di leggere e commentare alcune opere di don Bosco, poco note e molto indicative del suo pensiero. Due volte di più in questa situazione non ho minimamente verificato la fondatezza della ricostruzione storica operata da don Bosco. Come detto, mi limiterò a riflettere su ciò che lui ci dice.
Don Bosco ci accoglie con una nota introduttiva, in cui si chiarisce lo spirito del suo lavoro, ne indica i criteri metodologici seguiti, ma anche e soprattutto il taglio divulgativo e apologetico:
Ho scelto i fatti, i modi e le parole che mi parvero più opportune alla classe dei leggitori cui è indirizzata, facendomi stretto dovere di seguire imparzialmente gli autori contemporanei o più vicini all’epoca dei fatti esposti. Nei dubbi ho seguito gli scrittori abitanti nei siti dove succedettero gli avvenimenti raccontati.
Don Bosco rimane peraltro consapevole dei possibili errori nella sua rilettura sulla storia dei Papi, ben lungi quindi dall’arrogarsi una visione indefettibile su tale argomento:
A chi trovasse cosa difettosa, dubbia, od erronea, professerei la più sentita gratitudine se con bontà volesse significarmela, affinchè si possa emendare ad altrui utilità e a gloria di nostra santa cattolica Religione.
Segue un paragrafo di glossario in cui si spiegano alcune nozioni preliminari. Qui incontriamo anche la scelta di scandire la storia ecclesiastica in sei periodi:
- La prima epoca comincia dalla fondazione della Chiesa di Gesù Cristo l’anno 30 e si estende fino alla conversione dell’imperatore Costantino l’anno 312.
- La seconda dalla conversione di Costantino alla fondazione del Maomettismo l’anno 622.
- La terza dall’origine del Maomettismo al quarto Concilio Lateranese nel 1215.
- La quarta da questo Concilio sino a’principii di Lutero nel 1517.
- La quinta da’principii di Lutero alla morte di Pio VI nel 1799.
- La sesta dalla morte di Pio VI fino al Concilio Vaticano nel 1869-70.
Per completezza lascio alcuni titoli di sezione e di capitolo. In tal modo risulterà più pratico andare a consultare e approfondire, se di interesse, la fonte originaria nel sito su citato.
Epoca prima. Dalla fondazione della Chiesa di Gesù Cristo l’anno 30 dell’era volgare sino alla conversione dell’imperatore Costantino il Grande l’anno 312.
Capo I. Chiesa di Gesù Cristo. – Elezione degli Apostoli. – S. Pietro capo della Chiesa. – Schiarimenti. – Porte dell’inferno. – Chiavi del paradiso. – Primato di s. Pietro e de’suoi successori. – Loro infallibilità.
Il primo capitolo presenta l’istituzione del ministero petrino. Don Bosco la descrive come segue:
Gesù disse di poi: Sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa. Le quali parole vogliono significare: Tu, o Pietro, sarai nella Chiesa quello che in una casa è il fondamento. Il fondamento è la parte principale e indispensabile della casa, siccome quella sopra di cui tutto l’edifizio si regge. Così tu, o Pietro, sarai il fondamento della mia Chiesa, ossia avrai in essa la suprema autorità affinchè sopra di questa autorità suprema che ti conferisco, la Chiesa si sostenga e duri ferma ed immobile. Sopra di te, a cui io diedi nome Pietro, come sopra di una rocca e di una pietra fermissima per mia virtù eterna, io innalzo l’eterno edifizio della mia Chiesa, la quale sopra di te appoggiata starà forte ed invitta contro a tutti gli assalti de’suoi nemici.
Salta subito all’occhio l’interpretazione data dal santo educatore al ruolo di Pietro, esso è chiamato ad essere il “fondamento” della Chiesa, inteso come una “autorità” costituita con il fine di renderla “ferma”, “immobile”, “una rocca”, “pietra fermissima”. Il ruolo del Papa è tale che “nella mia Chiesa chiunque si separa da Pietro precipita nell’errore e si perde”. In particolare vengono spiegate anche le promesse del Signore relative al mistero esorcistico della Prima Sede:
Le porte dell’inferno sono la potenza di Satana, e significano le persecuzioni, le eresie, gli errori, gli sforzi, le arti che il demonio {14 [14]} metterebbe in opera per abbattere o in un modo o in un altro la Chiesa. Tutte queste potenze infernali potranno bensì o separatamente, o riunite muovere aspra guerra alla Chiesa, costringerla a rimanere quasi sempre con le armi in mano, rovinare quelli de suoi figli che non saranno abbastanza umili, mortificati e vigilanti nella preghiera, ma non potranno mai vincere essa Chiesa; che anzi tutti i loro sforzi non riusciranno mai ad altro che ad accrescere la gloria di questa Sposa del Redentore.
Le parole di Cristo confermano nella fede cattolica, nonostante le molte crisi e sconfitte che la storia può portare con sé. D’altra parte la promessa esorcistica chiede al singolo fedele di aderire alla lotta spirituale “sempre con le armi in mano”, pena la rovina dei cristiani “che non saranno abbastanza umili, mortificati e vigilanti nella preghiera”. Chissà quale sarebbe stato il commento di don Bosco, vedendo la moda del dialogo con i nemici della Chiesa, i vari “Cortili dei gentili”, un certo modo qualunquista di intendere l’”ascolto” e simili vezzi degli ultimi decenni ecclesiastici.
Proseguendo, don Bosco ripercorre gli altri episodi evangelici legati a san Pietro e fissa i caratteri dell’autorità pontificia, non senza appoggiarsi al Magistero, segnatamente alle dichiarazioni del Concilio Fiorentino e del Vaticano I. Il Fiorentino definiva la figura del Romano Pontefice qua talis:
«Noi definiamo che la santa Sede Apostolica ed il Romano Pontefice è il successore del Principe degli Apostoli, il vero Vicario di Cristo, ed il capo di tutta la Chiesa, il maestro e Padre di tutti i cristiani, e che a lui nella persona del beato Pietro fu dato dal nostro Signor Gesù Cristo pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale.»
Il Vaticano I precisava il concetto di infallibilità pontificia:
«Noi definiamo, che il Romano Pontefice quando parla ex cathedra, ossia adempiendo l’ufficio di pastore e maestro di tutti i {19 [19]} cristiani, per la sua snprema autorità apostolica definisce qualche dottrina della fede o dei costumi a tenersi da tutta la Chiesa, a cagione della divina assistenza a lui promessa nella persona del B. Pietro, gode della stessa infallibilità. della quale il divin Redentore volle fornire la sua Chiesa nel definire le dottrine della fede e dei costumi. Perciocchè queste definizioni del Romano Pontefice sono per se stesse, e non pel consenso della Chiesa irreformabili. Che se alcuno oserà contraddire a questa Nostra definizione, che Iddio ce ne guardi sia anatema.»
Dei successivi capitoli, che si limitano a narrare in forma discorsiva i contenuti tratti dagli Atti degli Apostoli o dalle Epistole, riprendo solo quanto riguarda il primo Concilio ecclesiale, quello di Gerusalemme.
Capo IV. Divisione degli Apostoli e loro simbolo di fede. – Libri del nuovo Testamento. – Morte di Maria SS. Miracoli di s. Pietro. – Concilio di Gerusalemme. – Persecuzione di Nerone. – Martirio di s. Pietro e di s. Paolo.
La s. Scrittura ci fa menzione di tre speciali adunanze degli Apostoli in Gerusalemme per trattare cose riguardanti al bene dei fedeli. La prima fu per apparecchiarsi a ricevere le Spirito Santo ed eleggere s. Mattia in luogo di Giuda traditore; l’altra per la scelta e consacrazione de’sette diaconi: la terza poi è quella che prese propriamente il nome di concilio e che servi di norma ai concilii che vennero nei tempi posteriori celebrati dalla Chiesa. Esso fu convocato per decidere se si dovesse mantenere in vigore l’obbligo di osservare le cerimonie della legge mosaica, fra le quali specialmente la circoncisione, e l’astinenza dal cibarsi delle carni di certi animali. La questione cominciò ad essere agitata nella città d’Antiochia, d’onde s. Paolo e s. Barnaba furono mandati a consultare s. Pietro, che allora trovavasi in Gerusalemme. Per definire la cosa formalmente s. Pietro convocò a concilio gli Apostoli, e gli ecclesiastici che erano in Gerusalemme, e quindi come capo e supremo pastore, che egli era, e vicario di Gesù Cristo sopra la terra, propose la questione, ragionò intorno alle cose da stabilirsi, e dopo lunga e viva discussione pronunzio {37 [37]} la sentenza, alla quale s. Giacomo pel primo, e poscia tutti gli altri aderirono. Si formò di poi il decreto da pubblicarsi a tutti i fedeli nel tenore seguente: «Piacque allo Spirito Santo ed a noi di non obbligarvi se non a quelle osservanze che noi giudichiamo ancora necessarie, cioè di astenervi solamente dalle carni sacrificate agli idoli, dal sangue, dalla carne di animali soffocati e dalla fornicazione.»
In tutta questa esposizione, tra molte ricostruzioni narrative (alcune delle quali legate a tradizioni orali di difficilissima documentabilità), notiamo come don Bosco non faccia menzione del contrasto tra san Pietro e san Paolo, citato dalle Scritture in Galati 2,11-14. Lo scopo edificante della sua Storia Ecclesiastica prevale. Probabilmente vi era il timore che i lettori potessero scandalizzarsi di fronte a un simile episodio, magari traendone spunto per muovere essi stessi delle critiche al Papa. Di questa prima crisi ecclesiale, insomma, nessuna menzione.
Interessante la conclusione del capitolo, che si sposta da questioni conciliari a questioni morali:
E bene di notare che la fornicazione essendo un peccato gravissimo proibito dalla stessa legge naturale e dal sesto precetto del decalogo, sembra non occorresse rinnovarne la proibizione. Ma si stimò bene di proibirlo qui in modo esplicito e chiaro a motivo dei gentili, che venivano alla fede, i quali prima che ricevessero il lume del s. vangelo, non pensavano che la fornicazione fosse peccato; tanto in loro era offuscato il lume della ragione. Dopo questa decisione cessò affatto il precetto della circoncisione e di molte altre osservanze della legge antica. Anno 51.
Qui vediamo condensato, alla luce della Rivelazione e del Magistero, tutto il pensiero autentico di don Bosco in materia di sessualità. Per don Bosco le irregolarità sessuali sono abominevoli per natura, trafitte dai Comandamenti antichi, ma infine ulteriormente bandite dai primissimi concili apostolici. A dire della gravità di simili condotte, ma anche della loro tendenza a insinuarsi soprattutto laddove l’umanità si trovi ad avere “offuscato il lume della ragione”. Immagino si possa intuire quale sarebbe ancora oggi la sua posizione di fronte a coppie irregolari di qualsiasi orientamento e inclinazione.
Don Bosco e il Papato. Marco Begato, sdb. Capitolo II.
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SECONDA PUNTATA
Capo V. S. Lino papa. – Morte di Nerone. – Rovina di Gerusalemme e dispersione degli Ebrei. – Fatiche e martirio di s. Lino.
“Primo successore di s. Pietro fu s. Lino di Volterra città della Toscana”, di lui si ricordano gli interventi moralizzanti e non è per nulla ozioso che don Bosco ne faccia esplicita menzione.
In que’tempi anche di fervore vi erano molti che andavano in chiesa vestiti come andassero a pubblico spettacolo. S. Lino rinnovò il precetto di s. Paolo e stabilì che tutti dovessero recarsi in chiesa con modestia, e le donne vi intervenissero col capo coperto
- Lino ebbe grandi poteri esorcistici, che ne determinarono la pena martiriale:
Il solo suo nome rendeva muti i demoni e col semplice seguo della croce egli spesso guariva ostinate malattie. Un uomo consolare, vale a dire che aveva coperta una delle prime cariche di Roma, aveva sua figlia travagliata dallo spirito maligno e da altri mali. Ricorse al nostro santo, e questi la guarì in un istante col seguo della santa croce. Ma i sacerdoti degli idoli dicendo che quel miracolo recava ingiuria agli Dei, obbligarono il timido Saturnino, tale era il nome del padre della fanciulla guarita, a condannare a morte il santo Pontefice. Dopo qualche tempo di prigionia venne decapitato il 23 di settembre l’anno 80.
Capo VI. S. Cleto. – Seconda persecuzione. – S. Clemente. – Scisma di Corinto. – Terza persecutione. – Esilio e martirio di s. Clemente.
Nel 93 morirà martire s. Cleto, sotto la persecuzione di Domiziano.
- Clemente e lo scisma di Corinto. – Il quarto pontefice è s. Clemente, figlio di un senatore romano per nome Flavio. Egli fu eletto a governare la Chiesa dopo il martirio di s. Cleto. Fra le belle cose di questo pontefice si ha la istituzione dei notai ovvero scrivani che dovevano aver cura di scrivere diligentemente tutte le cose che i martiri dicevano e facevano davanti ai giudici od agli imperatori, e l’ordine dei loro patimenti. Queste scritture si chiamano Atti dei martiri.
Gli Atti dei Martiri sono davvero tra le cose più belle della Chiesa, insieme al Martirologio Romano: testi che aiutano i cristiani e soprattutto i loro Pastori a ricordarsi qual è l’unico scopo della missione ecclesiale su questa terra e qual è il più bel premio che possiamo attenderci da essa. Temo che, una volta dimenticato l’eroismo e il valore dei martiri, il compromesso col mondo e il quieto vivere alternato a qualche conferenza che non disturba nessuno siano l’unico esito possibile. Un esito senza sapore e senza valore.
- Clemente affrontò poi lo scisma di Corinto
Ove le discordie interne erano giunte a tal segno, che molti dei fedeli ricusando di ubbidire all’autorità ecclesiastica, pretendevano di eleggersi a loro talento e consacrarsi i sacerdoti. Crescendo il male, si pensò di ricorrere alla Chiesa che è madre e maestra di tutte le altre chiese, cioè a quella di Roma, indirizzando una lunga lettera al sommo Pontefice. S. Clemente, esaminata la lettera, rispose ai Corinti.
Scopriamo che la tensione scismatica è antica e sta cronologicamente al cuore della nostra religione. Non ci stupiamo quindi di vedere replicata nel corso dei secoli l’esperienza delle rotture tra cristiani, né ci stupiamo di vedere oggi assai diffusa l’indole a eleggersi i propri sacerdoti e i propri teologi personali. Vediamo anche che, laddove è presente un Papa santo e un popolo docile, la forza della carità sopprime tutte le istanze divisive e tutela la pace.
- Clemente convinse i Corinti tramite una bella lettera. Don Bosco ne riporta ampi stralci. Considerati i venti di scisma a noi contemporanei, la riporto anche io, sperando che faccia bene a molti lettori:
Il pontefice comincia così: «La Chiesa di Dio, che è a Roma, a quella di Corinto, a coloro che sono chiamati e santificati per la volontà di Dio nel Nostro Signore Gesù Cristo. La grazia e la pace del Signore onnipotente si accresca sopra di voi.»
Quindi mette davanti ai loro occhi la pazienza, la dolcezza ed i benefizi di Dio Creatore. Di poi continua: «Se noi consideriamo quanto Iddio sia vicino a noi, e come niun nostro pensiero gli possa rimanere occulto, noi dobbiamo certamente studiar di evitare tutte le cose che sono contrarie a’suoi divini voleri e soggettarci a quelli che egli ha collocato sopra di noi. Dobbiamo frenare la nostra lingua e dominarla coll’amor del silenzio.» Egli prosegue raccomandando, che ognuno fugga 1’ozio e la negligenza, perchè solamente colui che lavora ha diritto di vivere. Indi continua così: «Noi dobbiamo perciò fare con zelo tutto quel bene che possiamo, perchè Iddio Creatore si compiace delle nostre opere. Ciascuno mantenga l’ordine e il grado, in cui Iddio per sua bontà lo ha collocato. Colui che è debole rispetti il forte, chi è ricco assista il povero, e il povero benedica Iddio del modo con cui lo provvede. L’uomo savio faccia vedere la sua saviezza non in parole, ma in buone opere. Chi è umile non parli con vanto di se medesimo, nè faccia pompa delle sue azioni. Colui che è casto non si lasci {50 [50]} prendere dalla superbia, sapendo che il dono della castità non viene da lui. I grandi non possono sussistere senza i piccoli, nè i piccoli senza i grandi. Nel corpo umano la testa non può far nulla senza i piedi, nè i piedi senza la testa. Il corpo non può fare a meno dei servigi dei piccoli membri.»
Accenna di poi le virtù e le obbligazioni proprie di ogni cristiano per conservare la caritù vicendevole, quindi egli fa loro questo dolce rimprovero: «Perchè esistono tra di voi querele e divisioni? Non abbiamo noi tutti lo stesso Dio, lo stesso Gesù Cristo, lo stesso Spirito di grazia sparso sopra di noi, la stessa vocazione in Gesù Cristo? Perchè dunque laceriamo le membra sue e facciam guerra al nostro proprio corpo? Siamo proprio insensati a segno di dimenticare che siamo gli uni membra degli altri? La vostra divisione, o fedeli, ha pervertito molti, mentre altri ha scoraggiati, e ci ha tutti immersi nell’afflizione. Togliamo prontamente questo scandalo, gettiamoci ai piedi del Signore, supplichiamolo con abbondanza di lagrime a perdonarci e stabilirci nella carità fraterna.»
Anche san Clemente, come san Lino, verrà condannato a morte per aver convertito gli infedeli coi propri miracoli:
L’imperatore, lo condannò alle miniere del Chersoneso Taurico, che oggi diciamo Crimea. Dopo lungo, faticoso e penosissimo viaggio giunse il santo pontefice al luogo dell’esilio e fu messo a lavorare tra una turba di malfattori. Rimase per altro assai consolato quando seppe che fra i condannati a quei lavori erano presso a due mila cristiani, colpevoli di nient’altro che di professare coraggiosamente la fede, e che sospiravano di avere tra loro un sacro ministro della religione. Il pontefice applicatosi immantinenti ad assisterli, oltre al servizio religioso mitigò non poco i loro patimenti con un miracolo. Quel luogo difettando d’acqua, essi dovevano con gran disagio trasportarla dalla distanza di più miglia. Clemente pregò Iddio per loro, e, come al tempo di Mosè, tosto fecesi a scaturire una limpida e perenne fonte d’acqua, che provvedeva abbondantemente alle necessità dei cristiani e dei pagani. Un miracolo di quella fatta operatosi in presenza di tanta moltitudine commosse tutti quegli infelici esiliati a segno che un gran numero di infedeli abbracciarono la fede. L’imperatore informato di questi fatti scrisse al governatore del Chersoneso di reprimerli e far ritornare i convertiti all’idolatria: ma que’neocristiani si offerirono pronti a dare coraggiosamente la vita per la fede. Lo stesso pontefice, come loro capo, legatagli un’ancora di ferro al collo, fu gettato nel mar Nero. Così terminava gloriosamente la vita il quarto pontefice dopo aver governata la Chiesa 9 anni. Anno 100.
Seguono altri santi pontefici martiri: s. Anacleto, s. Evaristo e s. Alessandro.
Capo VIII. S. Evaristo. – S. Alessandro I in presenza di Aureliano. – Suo interrogatorio e martirio.
Di s. Alessandro riportiamo i lungo interrogatorio che subì da parte dell’Imperatore Aureliano, perché in esso si impara come parlassero i santi Pontefici al cospetto degli Imperatori pagani. Come si vede, la preoccupazione non è certo quella di ottenere consenso o di stabilire un compromesso di coesistenza pacifica, ma solo quella di testimoniare senza tentennamenti la verità di Cristo Signore.
Interrogatorio di s. Alessandro. – Io vorrei, disse Aureliano ad Alessandro, che tu mi facessi conoscere i misteri della tua religione; e qual premio prometta questo vostro Gesù C. per cui vi lasciate con indifferenza ammazzare. Alessandro rispose: «Quello che tu dimandi è cosa santa, ma G. Cristo ci proibisce di palesare le sublimi verità della fede a quelli che desiderano di saperle non per crederle, ma per metterle in derisione. Non è espediente, diceva il Salvatore, dare le cose sante ai cani e gettare le pietre preziose davanti ai porci.»
«Dunque io sono un cane? ripigliò Aureliano in collera.»
Alessandro replicò: «La tua sorte, Aureliano, è molto inferiore a quella dei bruti, perchè essi sono irragionevoli e non venerano le verità della fede perchè non le conoscono; ma l’uomo l’atto ad immagine di Dio, se ricusa conoscere le verità della fede, o se le disprezza e commette offesa contro al Creatore, sconterà la sua colpa non solo colle pene della vita presente, ma colle fiamme eterne dell’inferno.»
– Dimmi quello che ti chiedo, altrimenti io li condanno a tormenti.
– Chi vuole essere instrutto nella religione di G. Cristo bisogna che ciò faccia coll’umiltà e non colle minaccie.
– Dimmi quel che ti domando, e pensa che sei davanti ad un giudice, la cui potenza è temuta da tutto il mondo. {58 [58]}
– Chi si vanta della sua potenza, è vicino a perderla.
– Infelice! le tue parole e la tua audacia saranno punite con atroci tormenti.
– Non sei per fare alcuna novità, facendomi così tormentare. Perciocchè qual uomo innocente potè fuggire dalle tue mani? Presso di te vivono solamente tranquilli coloro che rinnegarono il nostro Signore Gesù Cristo. Io che spero di patire e morire per lui, sono certamente da te tormentato ed ucciso, come lo fu il glorioso Ermete e l’intrepido Quirino, e come lo furono tutti quelli che passarono coraggiosi in mezzo ai tormenti da te adoperati per giungere così alla vita eterna.
– Qual è dunque la cagione di tanta stranezza, da lasciarvi piuttosto uccidere che cedere a’miei comandi?
– Te l’ho già detto, e te lo ripeto, che non è permesso di dare ai cani le cose sante.
– Dunque tu ripeti che io sono un cane? Cessino le parole, veniamo ai flagelli.
– Io non temo i flagelli che passano, ma quelli che tu non temi, voglio dire i tormenti dell’inferno che non finiranno mai più.
Si accorse allora Aureliano che parlava inutilmente, quindi ordinò che Alessandro fosse spogliato e disteso sopra l’eculeo, battuto con verghe e lacerato con uncini di ferro. Mentre la carne cadeva a brani, si mettevano fiaccole accese sotto alle piaghe. Ma pareva che quegli acuti e prolungati tormenti non riuscissero che a rendere il s. pontefice più ansioso di patire.
– Perché non ti lamenti? disse attonito Aureliano. Qual è la causa del tuo silenzio?
– Quando il cristiano fa orazione, egli parla con Dio, e quando pensa a lui, dimentica quanto soffre quaggiù.
– Rispondi a tutte le cose che ti dico, e ti farò sospendere i tormenti.
– Stolto, fa quel che vuoi, io non temo la tua crudeltà.
– Abbi almeno riguardo alla tua età; non tocchi ancora i trent’anni e vuoi già così privarti di vita?
– Piuttosto abbi tu pietà dell’anima tua; perciocchè se perdo il corpo, io salvo l’anima; che se tu perdi l’anima, per te tutto è perduto in eterno.
Don Bosco e il Papato. Don Marco Begato sdb. Capitolo III.
Link all’originale sul blog di Marco Tosatti
TERZA PUNTATA
Capo IX. Quarta persecuzione. – San Policarpo a Roma. – Santa Felicita e suoi figli. – Eresia di Montano.
Papa Aniceto viene ricordato per vari episodi, tra i quali spicca la sua soluzione alla questione dei Quartodecimani. Don Bosco la ricostruisce come segue:
- Policarpo venne a Roma anche per conferire col sommo Pontefice intorno a cose che riguardavano il bene della Chiesa; e che le loro controversie furono tutte terminate con vicendevole carità. Venne anche a trattare della Pasqua: cioè se questa si doveva celebrare nella domenica che segue il plenilunio di marzo, come erasi celebrata fin dal tempo degli apostoli, oppure nello stesso plenilunio, cioè nel decimo quarto giorno della luna di marzo, come si usava in certe chiese dell’Asia. Aniceto sebbene desiderasse l’uniformità per tutta la Chiesa, nulla di meno credette bene di non dispiacere ai vescovi dell’Asia, e tollerare in que’paesi la celebrazione della Pasqua nel detto plenilunio. Questa tolleranza era diretta a compiacere quegli ebrei che di recente erano venuti alla fede.
Quindi il Papa opera per custodire il bene della fede nei neofiti, acconsentendo a richieste liturgiche sia pur apparentemente divisive. Un principio operativo, questo, curiosamente interessante e attuale. Meglio dare priorità all’uniformazione liturgica o al bene spirituale dei fedeli? C’è di che meditare!
A s. Aniceto succede s. Sotero e a questi s. Eleutero, che affrontò il problema crescente delle eresie montaniste e non solo.
Capo XI. S. Eleutero e i martiri di Lione. – S. Ireneo a Roma. – Fine di Marciane e di altri eretici. – Conversione dei Bretoni al cristianesimo.
Papa Eleutero incontra il giovane Ireneo a Roma per trattare di eresie e scismi, compito e preoccupazione principale del Pontefice, almeno secondo don Bosco. Ireneo si premurò di:
pregare il papa di volersi adoperare per dar la pace alla Chiesa, che in quei tempi era messa sossopra da Montano e dai suoi seguaci; perciocchè era proprio del supremo pastore della Chiesa l’invigilare, che si scoprissero gli errori e fossero condannati.
Ugualmente, altra priorità del pontefice è quella delle anime, che deve superare qualsiasi altro tipo di interesse. Don Bosco lo ricorda nell’episodio dell’ultimo incontro tra l’eretico Marcione e il Santo Padre:
Marcione, secondo il fare comune dei capi dell’ eresia, teneva una condotta incostante; ora mostrandosi pentito, ora contaminandosi con turpitudini e diffondendo i suoi errori, finchè papa Eleutero lo rigettò definitivamente dalla comunione dei fedeli. Dopo qualche tempo egli finse ancora di sinceramente ritornare alla Chiesa; e fece una pubblica exomologesi, ossia confessione dei suoi misfatti. Ma invece di portare al pontefice delle anime convertite, egli giudicò di portare una somma di circa venticinque mila lire, che presentò a papa Eleutero, come in pena del suo peccato: sperando forse con ciò di sedurlo e renderselo connivente. Ma il santo Pontefice, vero seguace di s. Pietro, ricusò il danaro e lo allontanò da sè dicendo: lo voglio anime e non ricchezze: e non lo assolvette dalla scomunica.
Tra l’altro tutti gi amici di don Bosco leggono con curiosità l’ultima citazione – voglio anime e non ricchezze – sapendo che il santo torinese ne aveva fatto il motto della propria vita e consacrazione ai giovani: da mihi animas coetera tolle, dammi le anime e togli il restante!
Capo XII. S. Vittore e Tertulliano. – I due Teodoli. – Settimio Severo e la quinta persecuzione. – Martirio de’santi Vittore, Ireneo, Felicita e Perpetua. – S. Zefirino e l’eretico Natale.
- Vittore I africano succedeva a s. Eleutero l’anno 192. Durante il suo pontificato avviene la defezione di Tertulliano, grande teologo purtroppo sedotto dal proprio sapere. Ne abbiamo anche ai nostri giorni. Annota a riguardo don Bosco:
O fosse che s. Vittore non gli desse il vescovado {74 [74]} di Cartagine, siccome egli a quanto pare desiderava, o fosse perchè il romano pontefice condannasse l’eresia di Montano a cui egli cominciava aderire, fatto sta che Tertulliano partì di Roma con animo esacerbato; e ritornato in patria si dichiarò apertamente avverso alla Chiesa romana. Tremiamo a questa caduta di Tertulliano, e persuadiamoci che non è la scienza che faccia i santi, ma è l’umiltà, è la sommessione ai nostri legittimi superiori, e specialmente al Vicario di Gesù Cristo. Tertulliano, perchè privo di queste due virtù, divenne eretico e morì, per quanto si può arguire, senza dar segno di ravvedimento.
Il Papa cui umilmente obbedire è lo stesso che adempie pienamente e fedelmente il proprio compito col fustigare gli eretici, come avvenne almeno in un paio di situazioni di maggior spicco:
Il papa s. Vittore volse le sue sollecitudini contro di essi, ne condannò l’eresia, e scomunicandone gli autori, dichiarò non avrebbero più appartenuto alla Chiesa di Gesù Cristo tutti quelli che avessero seguito gli errori di quegli infelici. In questa guisa la Chiesa cattolica trionfava dell’eresia, e faceva vedere al mondo tutto la verità di quelle parole dette da Gesù Cristo a s. Pietro, e in esso a utti i suoi successori: «Io ho pregato per le, o Pietro, affinchè non mai venga meno la tua fede.» (V. Eusebio, lib. 5).
Credo sia importante sottolineare che la scomunica non tocca solo i diretti colpevoli, ma anche quanti ne seguono le orme. In ciò si nota il carattere di definitività dell’insegnamento cattolico: ciò che un Pontefice condanna, rimane interdetto per l’avvenire. Da questo i più miopi hanno dedotto che i cattolici tendano a restare fissi con lo sguardo nel passato. I più avvertiti comprendono invece che si tratta dell’opposto: i cattolici fissano la verità e con essa plasmano il futuro.
Ora, il dovere del Pontefice verso gli eretici può condurre a esiti differenti. Il migliore è quello attestato dal successore di S. Vittore: San Zefirino successore di san Vittore ebbe la consolazione di riconciliare con la Chiesa l’eretico Natale.
Anche la storia di tale conversione merita un appunto speciale:
Più e più volte gli apparve Gesù Cristo nel sonno riprendendolo del suo enorme misfatto. E poichè Natale non faceva gran caso di quelle apparizioni, fu per tutta una notte aspramente flagellato da mano invisibile. Questo prodigioso castigo tornò per lui a medicina salutare; imperciocchè la mattina seguente assai per tempo si vestì di sacco, e col capo coperto di cenere si andò a gettare ai piedi del papa, dove versando un profluvio di lagrime fece la confessione di tutte le sue colpe.
Un racconto che indica chiaramente quale sia il senso pedagogico dei castighi e delle prove mandate o permesse da Nostro Signore.
Capo XIII. Chiesa di santa Maria in Transtevere. – Cimiteri e tombe. – Catacombe e cripte. – Martirio del papa s. Callisto.
Tre cose rendono specialmente glorioso il pontificato del papa s. Callisto successore di s. Zefirino: la basilica di s. Maria in Transtevere; il cimitero detto di s. Callisto e il suo martirio.
Capo XIV. S. Urbano e s. Cecilia. – Loro martirio – Martirio de’loro compagni.
A s. Callisto succedeva s. Urbano che apparteneva ad una ricca e nobile famiglia di Roma. Da semplice sacerdote egli aveva con zelo lavorato per la fede durante il pontificato di tre suoi antecessori. Più volte fu denunziato come cristiano, condotto in prigione e davanti ai giudici; ma egli seppe tollerare ogni patimento confessando intrepidamente Gesù Cristo. La sua elezione al pontificato avveniva nel 226.
Anche S. Urbano morirà martire. E così tutti i primi pontefici confermano questo trend, di carcere e persecuzione e martirio. La fede cristiana nasce dalle fondamenta di Pastori che hanno alternato la propria vita tra condanna di errori e sopportazione di aggressioni personali.
Giunti al luogo del supplizio, quasi impazienti del martirio, dissero unanimi ai carnefici: Fate quello che volete senza aspettare più oltre. Il santo pontefice diede loro l’apostolica benedizione, e fattosi da tutti il segno della croce, offerirono a Dio la lor vita pregando così: O Signore, degnatevi di riceverci secondo le vostre promesse, affinchè possiamo vivere per Voi, e da Voi aiutati giungere al possesso di quella gloria, che nel vostro regno si gode per tutti i secoli.
Capo XV. Sesta persecuzione. – Ss. Ponziano. – Antero e s. Barbara. – Morte di Massimino. – Settima persecuzione. – S. Fabiano. – Fine della settima persecuzione. – S. Gregorio Taumaturgo. – San Paolo primo Eremita.
Sesta persecuzione. – La tolleranza di Alessandro pei cristiani fu per Massimino di lui assassino e successore motivo d’odiarli con maggior ferocia. Principale vittima del furore di Massimino fu il papa s. Ponziano. Egli fu mandato in esilio a Tavolara isoletta della Sardegna. Dopo due anni di catene e di patimenti fu condannato a morir sotto ai colpi di bastone. La sua morte avveniva l’anno 235. Gli succedette s. Antero, cui dopo un mese di pontificato era troncata la testa.
Settima persecuzione e s. Fabiano. – La settima persecuzione fu suscitata dall’imperatore Decio e fu una delle più sanguinose. Emulando i suoi antecessori, Decio pubblicò un editto che {95 [95]} si eseguì con rigore estremo. Le sferze, gli uncini di ferro, il fuoco, le bestie feroci, la pece bollente, le tanaglie infuocate, tutto era messo in opera per tormentare i confessori della fede. Il numero di quelli che subirono il martirio in questa persecuzione è sì grande da essere impossibile annoverarli. Sono in ispeciale modo rinomati s. Poliutto nell’Armenia, s. Alessandro vescovo di Cappadocia, il magnanimo s. Pionio sacerdote della chiesa di Smirne, santa Agata di Catania, s. Vittoria di Toscana e finalmente il papa s. Fabiano. Questo pontefice faticò per la fede finchè fu denunziato come capo de’cristiani. Dopo lunghi e gravi patimenti ebbe tronca la testa il 20 gennaio l’anno 250, dopo aver governata la santa Sede circa 15 anni.
Or va pur detto che è stata una chiara scelta di don Bosco rileggere e riassumere un pontificato anche lungo – appunto i 15 anni di S. Fabiano – pressoché solo alla celebrazione del suo martirio. Ma, dato che la “Storia” di don Bosco nasce con dichiarati intenti educativi, ne deduciamo che almeno da un punto di vista pedagogico il santo dei giovani ritenesse confessione e martirio come i distintivi più validi e importanti di una guida cristiana e quindi del suo gregge.
Capo XVI. Origene. – Sua fine. – Sede romana vacante. – Caduti. – Sacrificati. – Turificati. – Idolatri. – Libellatici. – Martiri. – Confessori. – Estorri. – Professori.
Incontriamo quindi il primo periodo di sede vacante della storia ecclesiastica, una vacanza indotta per ragioni di strategia politica.
La fierezza della persecuzione di Decio fu dolorosa cagione che non si potesse eleggere un novello papa se non sedici mesi dopo la morte di s. Fabiano. E ciò perchè, come ce ne assicura s. Cipriano, l’imperatore conoscendo quanto fosse grande ed estesa la potenza del papa, preferiva di avere un competitore nell’impero piuttosto che avere in Roma un pontefice investito di tanta autorità. Questo spazio di tempo dicesi Sede vacante {102 [102]} perchè non era vi alcun papa, ed è quasi il tempo più lungo notato nella storia ecclesiastica, in cui la santa sede sia stata senza pontefice.
Sembra che la soluzione a questo punto sia venuta dalla reggenza assunta in blocco dal clero di Roma:
Il capo visibile della Chiesa era rappresentato dal clero di Roma, che, come dice s. Cipriano, ne assunse provvisoriamente il governo. Ed appunto i vari paesi della cristianità nei gravi bisogni spirituali continuarono a ricorrere alla Chiesa di Roma.
Fatto interessante, dal quale potremmo trarre un monito: nei momenti in cui la Sede vacilla, lì bisogna farsi più compatti e fermi in attesa di tempi meno drammatici. Evitando al contrario di iniziare proprio in quei frangenti dolorosi ad alimentare faide e lacerazioni. Se la sede vacilla, il popolo cattolico le si stringe attorno e funge da pietoso velo che copre le nudità della propria madre (cfr. l’episodio dell’ebbrezza di Noè).
Don Bosco e il Papato. Don Marco Begato, sdb. Capitolo IV.
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QUARTA PUNTATA
Torniamo al resoconto. In quel periodo infuriò una feroce persecuzione, caratterizzata dal fenomeno dei lapsi o caduti. La ricostruzione fatta da don Bosco è molto ricca e curiosa. Per cui la riportiamo in tutta la sua lunghezza.
Gli inauditi tormenti di questa persecuzione fecero prevaricare dalla fede molti fedeli, e san Cipriano dà la ragione delle deplorabili loro cadute. Molti fedeli, egli dice, erano troppo attaccati ai beni della terra; e le ricchezze legarono loro i piedi per modo, che quando sarebbe stato tempo di correre coraggiosi al martirio, si trovarono allacciati e caddero miseramente rinnegando Gesù Cristo.
Caduti. – I prevaricatori erano chiamati con vari nomi. Dicevansi in generale caduti quelli che in qualche maniera avessero rinnegata la fede, perchè dallo stato sublime di figliuoli di Dio, a cui erano stati elevati col battesimo, cadevano miseramente schiavi di satanasso, perdendo ogni diritto alla felicità del cielo.
Sacrificati. – I caduti solevansi appellare sacrificati, se avevano fatto sacrifizi agli idoli oppure mangiate cose offerte ai medesimi. Perciocchè in que’calamitosi tempi di prevaricazione il solo cibarsi di quelle cose era dai gentili reputato indizio di aver negata la fede.
Turificati dicevansi quelli che per ischivare i tormenti abbruciavano incenso agli idoli, senza dire parola o fare altro atto di idolatria. {103 [103]}
Idolatri poi erano appellali coloro i quali coi sacrifizi o colle parole dichiaravano di avere rinnegato la fede cattolica e di essere divenuti adoratori degli dei.
Libellatici. – Sotto a questo nome comprendevansi coloro, che si provvedevano dai magistrati una carta, mostrando la quale, essi erano lasciati in libertà. I libellatici erano distinti in due classi; gli uni sborsando danaro ottenevano una carta, la quale dichiarava che essi avevano sacrificato agli idoli, benchè ciò non fosse vero. Altri poi pagavano danaro per ottenere un libretto ossia un certificato in cui non si diceva nulla di quanto essi avessero fatto o non fatto, detto o non detto: ma solamente si ingiugneva ai soldati e a tutti i giudici di non molestarli.
Ora la condotta dei libellatici della prima classe fu altamente disapprovata dalla Chiesa, perchè sebbene essi non avessero fatto nè detto cosa alcuna contro alla fede, tuttavia in faccia ai pagani davano a credere di averla rinnegata, e in quella carta avevano fatto scrivere una menzogna ingiuriosa a Gesù Cristo il quale ha detto: «Chi si vergogna di confessare me in faccia agli uomini, io avrò vergogna di confessare lui in faccia al mio celeste Padre (Luc. 9-26).
Ma i libellatici della seconda classe non furono condannati dalla Chiesa, perchè essi non avevano fatto altro che comperarsi a prezzo di danaro la grazia di non essere molestati.
Martiri. – Siccome a quelli che abbandonavano la fede si diedero vari nomi atti a indicare la loro debolezza e colpa; così quelli che con animo forte pativano per Gesù Cristo ottennero {104 [104]} varii nomi di gloria, secondo il modo e il tempo, che confessavano la fede, e sopportavano le molestie della persecuzione. Dicevansi martiri coloro che costantemente tolleravano i supplizi per la fede, quando anche non fossero morti nei tormenti. Così s. Giovanni evangelista si suole appellare martire, perchè per la fede fu in Roma gettato in una caldaia d’olio bollente, da cui venne prodigiosamente liberato: terminando poscia molti anni dopo i suoi giorni in pace. Così pure s. Tecla fu della martire pei molti ed atroci supplizi patiti per Gesù, benchè non ne morisse, ma terminasse poscia pacificamente la sua vita. Merita poi il nome di martire chi patisce per la fede, benchè non muoia nei patimenti, perchè la parola martire non significa altro che testimonio, conciossiachè i martiri confessando la fede fra i patimenti del carcere, delle catene e dei supplizi danno pubblica testimonianza della verità della cattolica religione.
Confessori – furono detti quelli che in faccia ai giudici avevano confessato di essere cristiani od erano stati posti in prigione per la fede, senza essere soggettati ai tormenti.
Estorri. – Con questo nome indicavansi quelli che per timore di non poter reggere ai tormenti abbandonavano ricchezze, patria, parenti, amici, e andavano a stabilirsi in paesi esteri ovvero stranieri. Essi confessavano la fede piuttosto coi fatti che colle parole, secondo il consiglio del Salvatore che disse: «Quando siete perseguitati in una città, fuggite in un’altra.» Così fece s. Paolo primo eremita, s. Atanasio vescovo di Alessandria ed altri.
Professori poi erano quelli, che trasportati dall’amore di Dio e spinti dal desiderio di morire per la fede, si offrivano spontanei ai carnefici, pronti a patire qualunque atroce tormento. Di questi meritarono lode ed ammirazione solo quelli, che vennero a questo eccesso di eroismo spinti da una grazia particolare dello Spirito Santo. Ma quelli che vi si mossero solo per un cotale entusiasmo o per un certo impeto di natura, si fecero colpevoli; e la Chiesa li ha piuttosto riprovati come audaci, che lodati come zelanti.
Sarebbe curioso provare a utilizzare queste categorie per interpretare le reazioni dei fedeli di fronte alle piccole grandi crisi dei secoli a venire, fino al nostro tempo. In ogni caso l’ampio ventaglio di possibili ruoli dice della delicatezza della situazione. Un momento altamente complesso durante il quale sono state elaborate strategie di difesa molto differenti. Dice anche di una nuova fase della Chiesa, in cui l’estensione del numero di fedeli inevitabilmente si accompagna a un’inflessione nella forza di resistenza alle persecuzioni. Non muta invece la durezza di tali persecuzioni e il loro carattere anticristiano. Tutti elementi che avrebbero molto da dire di noi oggi e della frastagliata reazione dei credenti davanti alle diverse persecuzioni del Mondo. Chissà, peraltro il fatto stesso di conoscere e studiare queste possibili categorie di risposta alla persecuzione potrebbe aiutare ciascuno a predisporsi per cercare di rientrare, a suo tempo, in quelle nobili e non nelle restanti.
Capo XVII. Scisma di Nooaziano. – Primo antipapa. – Interrogatorio. – Carcere. – Martirio di s. Cornelio e de’suoi compagni.
Anche Papa Cornelio sarà accusato dagli Imperatori, nel suo caso l’accusa è quella di attività politica, quando invece il suo ministero era tutto un inno alla fede. Ricordo solo che le stesse accuse continueranno a venire attraverso i secoli, le ritroveremo nella Lettera sulla Tolleranza di John Locke e nelle strategie di governo anticlericale che accompagnarono il processo di unificazione dell’Italia ai tempi di don Bosco.
Sia per la persecuzione che tuttora infieriva, sia per le turbolenze suscitate da Novaziano, il pontefice Cornelio dovette allontanarsi da Roma e recarsi a Civitavecchia ove le molte lettere che egli scriveva ogni dì, ed il concorso che da tutte le parti a lui si faceva, dimostrava che Roma per quello che riguardava i cristiani erasi come là traslocata. Per questo l’imperatore richiamò Cornelio nella capitale a farsi rendere conto dei disordini, come egli diceva, che per cagion sua ogni giorno avvenivano. Fattolo condurre alla sua presenza di notte tempo cominciò ad interrogarlo così: «Ti pare, o Cornelio, di fare quanto dovresti? Perchè non porti rispetto ai nostri Dei, non ubbidisci ai precetti imperiali, e non temi le mie minacce? anzi vai scrivendo lettere ai nemici della repubblica a danno della medesima?»
Cornelio prese con calma a rispondere così: «Le lettere che ho scritto e le risposte che ho ricevuto non riguardano per nulla gli affari della repubblica. Questi scritti trattano soltanto della lode e della gloria di G. Cristo mio Dio. Posso assicurarti che quanto feci e dissi non ha altro scopo che di procurare la salute delle anime.» L’imperatore comandò che il papa fosse allontanato dalla sua presenza e battuto nella faccia con un mazzo di funicelle, alla cui estremità erano legate altrettante palline di piombo. (Acta mart. s. Corn.)
Capo XVIII. S. Sisto II e i Sabelliani. – Ottava persecuzione. – S. Lorenzo. – Martirio di san Cipriano. – Il giovanetto Cirillo. – Morte di Valeriano. – Aureliano e la nona persecuzione. – Eresia di Manete.
Al papa s. Cornelio succedette san Lucio, che tenne la Sede solo sedici mesi, e poi, caduto sotto la spada della persecuzione, venne eletto santo Stefano. {111 [111]} Martirizzato anch’esso dopo tre anni e tre mesi di pontificato, montò sul trono di san Pietro Sisto II. Era esso ateniese, e tenne il pontificato appena un anno. La cosa che occupò assai il suo zelo fu l’eresia de’Sabelliani
Ormai è attestato l’uso di scrivere al Pontefice per chiedere di sciogliere questioni spinose. Col che si ritiene evidente che il primato petrino non sia un’invenzione moderna.
Fu a me deferito, dice s. Dionigi, un caso intorno a cui non oso pronunziare definitivo giudizio, perchè temo di sbagliarmi. Chiedo il tuo consiglio, e con viva istanza dimando che su questa materia tu proferisca la tua sentenza.
Ottava persecuzione. – S. Sisto e s. Lorenzo. – L’ottava persecuzione ebbe origine dalla stolta promessa de’sacerdoti idolatri, i quali facevano sperare grande vittoria all’imperatore Valeriano se avesse annientato il cristianesimo.
Fra i più illustri martiri di questa persecuzione si annoverano il papa s. Sisto II e s. Lorenzo. Quel coraggioso pontefice dopo aver sostenuto carcere, insulti, fame e sete, dopo aver mostrata eroica fermezza davanti ai giudici ed allo stesso imperatore, finalmente fu condannato alla morte.
Saltiamo i paragrafi che intercorrono, tutti dedicati a commemorare martiri di ogni professione ed età. Non si hanno più dubbi circa il modello di vita cristiana che don Bosco ritiene di inculcare nei giovani e nei ceti popolari (cui erano diretti i suoi scritti). E questa nota sia di qualche utilità agli educatori che stanno leggendo queste pagine.
Capo XIX. S. Cajo, e la decima persecuzione. – S. Marcellino e la Legion tebea. – Martirio della medesima. Era dei Martiri. – Decreto di Diocleziano. – Sua fine infelice.
A san Sisto II successe s. Dionisio che governò la Chiesa per undici anni e tre mesi. Ad esso succedette s. Felice, che sedette sulla cattedra di s. Pietro due anni e cinque mesi; dopo s. Felice fu promosso al pontificato s. Eutichiano, che tenne per anni otto e mesi dieci, e si l’uno che l’altro furono martiri. Dopo il martirio di s. Eutichiano fu eletto a succedergli s. Cajo nipote dell’imperatore Diocleziano, di Salona, città sulla costa dell’Adriatico. S. Cajo subì il martirio l’anno 206, dopo dodici anni e più di pontificato.
Dopo di lui, durante l’ultima grande persecuzione, perì anche papa Marcellino nel 304. E con ciò si va progressivamente a chiudere il periodo delle persecuzioni romane.
Capo XX. S. Marcello. – Morte di Galerio. – Primizie di pace in Oriente.
Papa Marcello, eletto nel 304, non morì martire, ma dovette subire la profanazione dei luoghi santi a causa di Massenzio.
Dopo nove mesi di prigione vennero di notte i suoi cherici, lo trassero da quel luogo e lo condussero ad una casa appartenente ai cristiani, ove era un oratorio segreto. Questo oratorio era nel luogo ove ora sorge la bella chiesa di s. Marcello in Roma in via del Corso. Ciò risaputo, Massenzio ridusse la chiesa in istalla, e fattevi condurre varie bestie, condannò il pontefice a servirle in essa.
Di lì a breve salirà al potere Costantino il Grande.
Esso è il primo degli imperatori romani che siasi dichiarato pubblicamente cristiano, ed abbia con leggi civili promosso lo stabilimento e l’autorità della nostra santa religione.
Questo glorioso avvenimento apre la seconda epoca della storia ecclesiastica.
A conclusione di questa prima lunga narrazione, don Bosco riporta l’elenco schematico delle principali indicazioni disciplinari e norme universali introdotte nei primi tre secoli di storia della Chiesa. Lo stesso schema si ripete a conclusione di ogni Epoca della sua Storia. I lettori interessati possono risalire al testo, sempre tramite il link offerto nei primi paragrafi di questo nostro scritto.
Don Bosco e il Papato. Capitolo V. Don Marco Begato, sdb.
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QUINTA PUNTATA
Epoca seconda. Dalla conversane di Costantino nel 512 all’origine del maomettismo nel 622. Abbraccia anni 510.
Capo I. Costantino il grande. – Comparsa della croce. – Il Labaro. – Entrata in Roma. – S. Melchiade. – Palazzo e basilica Laterana. – Scisma dei donatisti. – Lettera di Costantino. – Concilio di Laterano. – Morte di s. Melchiade.
Fu Papa S. Melchiade ad accogliere l’arrivo di Costantino.
La graduale fine delle persecuzioni si accompagna all’inizio delle relazioni con l’Impero e alla custodia del ‘deposito della fede’ in modo sempre più strutturato.
Capo II. S. Biagio. – Basilica di s. Pietro in Vaticano.
Ad occupare il posto di s. Pietro e di pastore della Chiesa universale dopo s. Melchiade fu eletto s. Silvestro romano di nascita. Egli ebbe la sorte di prendere il governo della Chiesa mentre Costantino la proteggeva: ma ebbe pure il dolore di vedere i cristiani tuttora perseguitati dall’imperatore Licinio che regnava in Oriente.
Capo III. Ario e sua dottrina. – Concilio Niceno. – Gli Ariani e s. Atanasio. – Morte di Ario. – Ritrovamento della santa croce. – Morte di Costantino.
Il nostro divin Salvatore lasciò detto nel Vangelo, che la sua Chiesa sarebbe stata in ogni tempo perseguitata, e che l’inferno avrebbe usato tutte le arti per abbatterla, senza che tuttavia potesse contro di lei prevalere. I tre primi secoli furono tempi di persecuzione, di sangue e di strage; ma la fede di Gesù Cristo passò in mezzo a quei disastri gloriosa e trionfante; e dopo le persecuzioni venne il trionfo e la pace. Ma non appena cominciò la Chiesa a respirare dalle oppressioni, che l’eresia e lo scisma accanitamente l’assalirono, specialmente per mezzo di un certo Ario sacerdote di Alessandria.
Non credo serva aggiungere commenti particolari a questa pungente chiosa di don Bosco. Se non che la sopravvivenza della Chiesa dopo decenni di persecuzione, scismi ed eresie è cosa che si può affermare con sicurezza di evidenza, sì, ma solo da parte dell’osservatore vissuto secoli dopo tali eventi. Quanti in essi erano immersi invece hanno solo visto l’accrescersi e il susseguirsi delle sfide, cui hanno risposto con la speranza e la fede nella promessa del Signore. Potrebbe essere questo uno spunto non inutile a tanti cristiani che oggi paiono spaventati dall’acuirsi delle pressioni dentro e fuori la Chiesa. In realtà queste crisi sono per molti aspetti un elemento perenne della vita cristiana. Finita una battaglia, ne inizia un’altra imprevedibile e sempre più profonda. Siamo chiamati a perseverare in tale contesto ricchi di speranza e poveri di altri strumenti previsionali.
- Damaso. – S. Damaso spagnuolo, pontefice insigne per dottrina, prudenza e virtù, era succeduto a papa Liberio nel 366. Per cura di lui, come si disse, fu convocato il Concilio 2° Ecumenico. Edificò varie chiese, tra cui quella di s. Lorenzo in Roma; ordinò che in fine dei salmi si aggiugnesse il Gloria Patri. Scrisse molte opere in versi ed in prosa. Chiamò a Roma s. Girolamo per servirsene come di segretario nelle lettere latine.
- Damaso, che con le parole e cogli esempi dava eccitamento a queste stupende opere in favor della Chiesa, dopo diciott’anni di glorioso pontificato moriva ottuagenario nel 384.
Fu Papa Damaso dunque a ingaggiare san Girolamo per tradurre le Sacre Scritture. È interessante vedere che, da parte sua, san Girolamo ricorreva sovente ai consigli del Pontefice per non ingannarsi nella comprensione dei testi rivelati.
- Girolamo. – La sua versione fu adottata dalla Chiesa, ed è quella che tuttora corre nelle mani dei cattolici sotto il nome di Volgata, e che fu approvata dal Concilio di Trento. Pei Salmi per altro si continuò e si continua ad usare la traduzione latina che si era fatta fin dal tempo degli Apostoli.
Conosciuta la profondità del suo ingegno, gli eretici andavano a gara per cattivarselo. Ma egli, per assicurarsi di non cadere in errore, consultò la Sede apostolica, indirizzando a san Damaso più lettere. Fra queste è specialmente memorabile quella, in cui il santo dottore stanco della noia cagionatagli dalle varie fazioni che dividevano la Chiesa d’Antiochia diceva: «Volendo assicurarmi di aver Gesù Cristo, io mi attacco alla comunione di Vostra Santità, cioè alla cattedra di Pietro. Io so che la Chiesa è edificata sopra questo fondamento: chiunque mangia l’agnello fuori di questa casa è profano; chiunque non si ritirò nell’Arca di Noè, perì nel diluvio. Io rigetto ogni altra dottrina, perchè chi non raccoglie con voi, disperge, ossia chi non è con Gesù Cristo, è coll’Anticristo.»
Col venir meno delle persecuzioni ad opera dei pagani e dell’Impero, si entra in una nuova fase della Chiesa, ora minacciata nella sua dottrina per opera di continui gruppi di eretici, cioè coloro che danno una interpretazione parziale della Rivelazione e cercano così di soppiantare la pienezza del messaggio cristiano. I primi a presentarsi sulla scena saranno donatisti, pelagiani e manichei – fustigati da s. Ambrogio e s. Agostino – cui seguiranno altri teologi influenti ma erronei, contro i quali dovrà schierarsi l’autorità dei Concili Ecumenici.
In sintesi potremmo dire che l’epoca delle persecuzioni lascia il posto all’epoca dei Concili. Questo almeno è il taglio descrittivo preso da don Bosco.
Concilio 3° ecumenico. – Nestorio. – Il terzo Concilio generale è l’Efesino, così appellato perché celebrato nella città di Efeso. È anche detto Concilio di Maria, perchè in esso fu definito, che Maria è veramente madre di Dio, e perchè si tenne in una chiesa a lei dedicata.
Il Papa esaminò la questione e trovata la dottrina di Nestorio erronea e contraria a quella della Chiesa, da prima lo ammonì, poscia minacciò di scomunicarlo se non rientrava in se stesso. Ma nulla valsero nè le preghiere, nè le minacce. Il mansueto Pontefice, volendo tentare l’ultima prova verso l’ostinato Nestorio, convocò un Concilio generale in Efeso, e non potendolo presiedere in persona, vi deputò fra gli altri lo zelante s. Cirillo.
Eutiche ed il 4° Concilio ecumenico. – Nuova eresia fu quella del monaco Eutiche. Papa s. Leone I accordossi coll’imperatore Marciano e colla pia imperatrice Pulcheria; e col loro aiuto convocò un Concilio nella città di Calcedonia, ora Scutari sulle sponde del Bosforo. È questo il quarto Concilio generale: Si aprì esso nel principio di ottobre del 451, e v’intervennero 600 vescovi. Il papa s. Leone vi presiedette per mezzo de’suoi legati. A rendere il dovuto omaggio al venerando consesso e al Pontefice che lo aveva ordinato, v’intervennero eziandio l’imperatore e l’imperatrice. Fin da principio si lesse una lettera di s. Leone che condannava l’eresia di Eutiche. Questa lettera fu approvata ad una voce: Noi tutti crediamo così, esclamarono i vescovi. Pietro ha parlato per bocca di Leone, sia scomunicato chiunque non crede così.
Quello che fu assai mirabile in questo Concilio è la grande venerazione manifestata da tutti i vescovi verso il Sommo Pontefice. Egli infatti venne da loro chiamato Arcivescovo universale, Patriarca, interprete della voce del beato Pietro. Terminato il Concilio i vescovi mandarono a pregare s. Leone di confermare colla sua autorità apostolica quanto essi avevano decretato. Il pontefice confermò quanto era stato definito riguardo alla fede, ma rigettò come nuovo e contrario a’decreti del Concilio Niceno ed ai privilegi delle chiese d’Alessandria e di Antiochia il canone 28 che conferiva al vescovo di Costantinopoli il primo grado dopo quello di Roma ed un’alta giurisdizione sulle tre diocesi del Ponto, dell’Asia e della Tracia.
Capo VII. S. Leone ed Attila. – S. Massimo di Torino. S. Gelasio Papa.
- Leone Magno è ricordato anche per aver arrestato l’avanzata di Attila
Il superbo guerriero, benchè barbaro ed idolatra, lo ricevette cortesemente, e come l’ebbe inteso, accettate senz’altro le condizioni proposte, ripassò le Alpi, lasciando l’Italia in pace. A quegli insoliti atti di ossequio i soldati di Attila rimasero stupiti. Come mai, dicevano, il nostro capo si è cotanto umiliato davanti ad un uomo solo, quando formidabili eserciti non gli potevano mai incutere timore? Egli rispose, che, mentre parlava col romano Pontefice, vide sopra di lui un personaggio di abito sacerdotale vestito, che vibrava sguainata una spada minacciando colpirlo, se non ubbidiva a Leone.
Sulla linea di Papa Damaso incontriamo anche Papa Gelasio, che diede ulteriori contributi alla fissazione del canone delle Sacre Scritture.
- Gelasio papa. – Gelasio romano eletto papa nel 492 è molto rinomato per le sue istituzioni dirette al bene della Chiesa. Egli tenne in Roma un Concilio di molti vescovi, in cui dichiarò quali fossero i libri autentici dell’antico e del nuovo Testamento, e quali apocrifi. Tutto il tempo libero da’suoi uffizi spendeva in orazione o in santi trattenimenti co’più degni servi del Signore. Morì santamente nel 496.
Capo VIII. S. Benedetto e monte Cassino. – Cose memorabili di esso. – I tre Capitoli e il quinto Concilio ecumenico.
Papa Vigilio è invece ricordato per aver ratificato il Costantinopolitano II, uno dei tanti Concili svoltisi in assenza del successore di Pietro, ratificandolo dunque Vigilio ne estese il valore a tutta la Chiesa e confermò il valore del parere pontificio nel mondo cristiano. Questo episodio permette a don Bosco di sottolineare come l’autorevolezza del Concilio stia principalmente in capo al Pontefice e così bandire ogni tentazione di conciliarismo, l’idea cioè che l’assemblea dei vescovi possa mai prevalere sul successore di Pietro.
Concilio 5° ecumenico ed i tre Capitoli. – Il quinto Concilio generale è il Costantinopolitano secondo, così detto perchè è il secondo tra gli ecumenici celebrati in Costantinopoli. Fu convocato per l’esame di tre libri comunemente detti i tre Capitoli, con cui pretendevano i Nestoriani giustificare i loro errori… Sebbene questo Concilio per sè medesimo non si potesse dire ecumenico, tuttavia papa Vigilio avendolo poscia approvato e confermato, come tale fu ricevuto e venerato in tutta la Chiesa. La qual cosa chiaro conferma come da tutta l’antichità siasi riposto il valore dei Concili principalmente nell’autorità del papa.
Don Bosco aggiunge una chiosa relativa alla censura della cattiva stampa e dei cattivi libri.
È bene altresì di notare come questo Concilio ci porge una luminosa prova del diritto, che ha sempre esercitato la Chiesa nel condannare gli scritti cattivi, nel pronunziare sul senso dei libri, e nell’esigere che i suoi figli si sottomettano al suo giudizio, come appunto venne fatto nel detto Concilio.
Che questi ultimi nostri secoli di libertà di stampa e sfrenatezza nelle comunicazioni sociali siano anche secoli di tracollo della fede e di ignoranza dei contenuti della fede, non dovrebbe a questo punto stupirci più di tanto.
Don Bosco e il Papato. Capitolo VI. Don Marco Begato.
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SESTA PUNTATA
Capo IX. S. Gregorio il grande. – Missioni in Inghilterra. – Altre cose di lui memorabili e sua morte. – Disciplina e stato della Chiesa in quest’epoca.
Questa seconda epoca ecclesiastica, stando alla scansione adottata da san Giovanni Bosco, si chiude con un Pontefice grande di nome e di fama.
- Gregorio il grande. – S. Gregorio I, detto il grande per la straordinaria sua santità, eloquenza e sapienza, nacque in Roma da nobile e ricca famiglia. Per una pestilenza morto papa Pelagio II, rimasero unanimi i Romani nell’eleggere Gregorio per successore. Dì che egli spaventato si travesti e andò a nascondersi in una selva. Ma avendolo qui manifestato una colonna di fuoco al popolo romano, dovette infine accettare la dignità pontificia nel 590.
Missioni in Inghilterra. – Fra i primi pensieri del novello pontefice fu quello di ristabilire il cristianesimo nell’isola della grande Brettagna, ora chiamata Inghilterra dagli Angli che insieme coi Sassoni se ne erano impadroniti circa l’anno 450. Costoro essendo idolatri vi avevano distrutto affatto la religione cristiana e ristabilita l’idolatria.
- Gregorio vi mandò quaranta religiosi sotto la presidenza di s. Agostino suo discepolo a predicarvi la fede. Appena incominciata la predicazione, i santi missionari convertirono gran numero d’idolatri. Il re di Kent, i grandi della sua corte e quasi tutti i suoi sudditi abbracciarono in breve tempo la fede. Il pontefice volendo dare una forma stabile a quella cristianità, vi creò una gerarchia di 12 vescovi, e fece arcivescovo lo stesso s. Agostino.
Altre cose memorabili di s. Gregorio. – Eccede ogni credere quanto egli disse, scrisse ed operò di bene per la Chiesa. L’antifonario e il breviario che noi usiamo oggidì si possono dire opera sua. In una pestilenza che devastò Roma parecchi morivano nell’atto di starnutare o di sbadigliare. Finalmente dopo aver tenuta la santa Sede quasi quattordici anni, moriva di anni 64 nel 604.
Chiude così la storia della Seconda Epoca. E anche questo capitolo nel finale riporta un piccolo sommario delle novità disciplinari introdotte dai vari Pontefici.
Epoca terza. Dallo stabilimento del Maomettismo nel 622 fino alla celebrazione del IV Concilio Lateranese nel 1215 abbraccia lo spazio di anni 393.
Capo I. Maometto e la sua religione. – Miracolo della santa Croce. – Monoteliti e papa s. Martino I. – Concilio 6o ecumenico.
La terza epoca, segnata dall’inizio della religione mussulmana, vede altresì la diffusione dell’eresia monotelita. Davanti a tale eresia notiamo una titubanza di Papa Sergio, poi corretta da Papa Martino I. Interessante leggere il commento di don Bosco, proteso a scusare e attenuare la mancanza del primo.
Sergio scrisse al papa una lettera, nella quale dice, che stante il fermento delle opinioni sarebbe stata cosa prudentissima il proibire che si affermassero in Gesù Cristo una sola volontà ed operazione, oppure due, ma si imponesse silenzio sopra di ciò. Il papa rispose con due lettere in cui espone chiaramente la dottrina cattolica, ma non accortosi del laccio tesogli da Sergio, approva come prudente il silenzio da lui raccomandato. Egli avrebbe certamente condannato espressamente gli eretici, se avesse prima della morte potuto vedere i progressi di questa eresia e il modo maligno con cui erano interpretate le sue lettere.
Ciò ricorda certi commenti, anche negli ultimi decenni, nei quali pii cronisti difendono evidenti errori del Papa, ascrivendone la causa a ignoranza incolpevole o simili. Un devoto accorgimento che non va biasimato, che tutela i piccoli dallo scandalo, ma che in sé non giustifica in assoluto gli errori di un Pontefice. In ogni caso è cosa buona anche il fatto di distinguere la disamina teologica e canonica e il giudizio storico-scientifico dei posteri, rispetto al commento prudenziale e pastorale che i figli esprimono e nel quale insieme si stringono nella fede a Cristo e nell’ossequio al suo Vicario.
Fa in ogni caso parte di tale fede attendersi che presto o tardi un Pontefice ispirato ponga rimedio agli errori dei predecessori. Il prezzo da pagare per esser fedeli al mandato del Signore è però sempre lo stesso: la persecuzione. Anzi, forse potremmo dire che se un Pontefice agisce con fedeltà e vigore dopo che i suoi predecessori sono stati maggiormente permissivi e inadempienti, la reazione del Mondo si fa più spietata e immediata. Tutto ciò appare nella successione tra i Pontefici Sergio e Martino I.
Questo fu adempiuto da’suoi successori e particolarmente da san Martino I, il quale volendo mettere un argine alla diffusione di questi errori li condannò definitivamente, facendo prova in ciò di gran coraggio. Imperocchè sdegnato l’imperatore mandò un capitano che uccidesse il papa, o lo conducesse prigione a Costantinopoli. L’empio capitano giunto a Roma comanda ad un suo scudiere, che entri nella Chiesa di santa Maria maggiore e metta a morte il pontefice, mentre celebra la s. Messa. Ubbidisce il sicario, ma posto piede sulla sacra soglia, all’istante diviene cieco. Tuttavia il papa è imprigionato, strascinato vergognosamente a Costantinopoli e cacciato in esiglio nel Chersoneso, ove nel 655 finiva i suoi giorni martire della fede di G. C.
Nel caso dei Monoteliti servirono almeno tre pontefici per sciogliere la questione: Sergio che si astenne dalla condanna; Martino che condannò e fu esiliato; Agatone che definì tramite il Concilio Costantinopolitano III. I tempi della Chiesa sono lunghi. Teniamone conto per non essere tentati dalla fretta di rattoppare coi nostri poveri mezzi ciò che Dio pazientemente ha già deciso di risolvere con la Sua onnipotente Grazia.
Concilio sesto ecumenico. – Desideroso il novello imperatore di riparare ai gravi mali da suo padre cagionati alla religione scrisse a papa s. Agatone, che era succeduto a s. Martino, pregandolo a voler colla sua autorità convocare un Concilio nella città di Costantinopoli. Il papa, che altro non bramava, convocò nell’anno 680 il sesto Concilio ecumenico, terzo Costantinopolitano. Fu aperto il 7 novembre dell’anno stesso. V’intervennero più di 160 vescovi, presieduti dai legati del papa. Dopo un’accurata disamina vennero condannati gli errori dei Monoteliti
Don Bosco segnala che questo Concilio da vari autori fu poi ritenuto segno della supremazia dei vescovi sul Pontefice. Ma alcuni indizi suggeriscono una lettura ben diversa:
Si scrisse poscia al papa tutto ciò che erasi fatto nel Concilio, chiedendone l’approvazione e la conferma. Giova qui avvertire come questo Concilio, del quale si valgono gli avversari de’papi per combattere l’infallibilità pontificia, ci offre al contrario una splendida testimonianza renduta all’autorità e alla superiorità del romano pontefice sopra a’concili. Agatone infatti viene chiamato santissimo arcivescovo dell’apostolica e suprema sede di Roma. Le sue lettere furono ricevute ed ammesse da’padri del Concilio siccome dettate dallo Spirito Santo per bocca del beato Pietro. Che più? La stessa definizione di fede fu da loro completata conformemente alle lettere di s. Agatone e con le medesime sue parole, affermando non aver essi fatto altro che seguire la dottrina del papa, che era pur quella degli apostoli. Nella lettera sinodale poi, che, chiuso il Concilio, gli indirizzarono per averne la confermazione, così parlano: A te, siccome alla prima sede della Chiesa universale, sede fondata sulla salda pietra della fede rimettiamo quel che è da fare… preghiamo la paterna Tua Santità a confermare la nostra definizione di fede co’tuoi venerabili rescritti.
Capo II. Gli Iconoclasti. – Concilio VII ecumenico. San Giovanni Damasceno.
Chiusa la questione monotelita si aprì il dibattito sull’iconoclastia: l’uso di distruggere le immagini sacre al fine di affermare la trascendenza di Dio rispetto a qualsiasi raffigurazione umana.
Concilio VII ecumenico. – Salita sul trono la pia imperatrice Irene, mossa dal desiderio di ristabilire il culto cattolico, pregò papa Adriano I di convocare un concilio. Il Pontefice accondiscese; ed il concilio fu aperto nel 786 in Costantinopoli, e trasferito l’anno dopo a Nicea per causa d’una sedizione delle guardie imperiali infette di eresia. Questo è il settimo Concilio ecumenico e secondo Niceno, perchè, come il primo, celebrato in Nicea. In esso l’empietà degli Iconoclasti venne condannata da 350 vescovi, presieduti dai legati del Papa, e si dichiarò essere pratica lecita e pia onorare le immagini di Gesù Cristo, della Vergine e de’Santi, ed essere cosa molto utile il collocarle anche nelle vie pubbliche. Così i Protestanti possono vedere i loro errori condannati dalla Chiesa settecento anni prima che essi sorgessero a far rivivere quella vecchia eresia.
Con la condanna dell’iconoclastia l’epicentro dei dibattiti inizia a portarsi dall’Oriente cristiano all’Occidente cristiano, anche per la importante rinascita politica e culturale di quest’ultimo. Siamo vicini al volgere del primo millennio e si afferma il potere di Carlo Magno.
Capo III. Carlo Magno. – Dominio temporale de’Papi. – Martiri di Bagdat. – S. Leone IV. – Persecuzione nella Spagna. – Eresia di Gottescaloo. – Scisma di Fozio. – Condito VIII ecumenico.
A Carlo magno don Bosco riconduce la restituzione di una autonomia politica al Sommo Pontefice e quindi alla Chiesa.
Dominio temporale de’Papi. – Tra le opere preclare di Carlo Magno devesi annoverare quella di avere restituito al Romano Pontefice il dominio temporale, che era stato quasi tutto invaso da Desiderio, re dei Longobardi. Per dominio temporale de’Papi s’intende lo stato civile che la volontaria sottomissione dei popoli pose sotto il governo dei sommi Pontefici.
Questa autonomia ha anzitutto il merito di garantire una certa indipendenza economica, utile a sostenere le opere ecclesiastiche, come da antichissima tradizione cristiana.
Nei primi tempi del Cristianesimo coloro che possedevano qualche cosa la portavano a’piè degli Apostoli, affinchè se ne servissero essi, ne facessero parte ai poveri e provvedessero alla sussistenza dei sacri ministri.
Inoltre tale condizione, che oggi viene spesso irrisa a tutto vantaggio di una visione spiritualista e pauperista della presenza cristiana sulla terra, è decisamente esaltata dal nostro autore, che vede piuttosto in essa la garanzia della libertà della Chiesa e dei cristiani.
Ma, oltre a quanto è necessario pel sostentamento temporale dei suoi ministri, la Chiesa abbisogna di provvedere al bene morale di tutti i cristiani, che sono sparsi per tutto il mondo. Di qui nasce la necessità che la Chiesa abbia un luogo, in cui possa con piena libertà insegnare la verità ed esercitare il suo ministero indipendentemente da qualunque potere civile.
Come giustamente annota don Bosco, l’unica alternativa all’autonomia temporale, è quella vista nelle epoche di persecuzione e martirio.
Gesù Cristo perchè annunziava con piena libertà il vangelo fu posto in croce; gli Apostoli che lo bandivano con uguale franchezza, dovettero tutti sostenere il martirio. I Papi anteriori a Costantino morirono tutti per la fede. Perchè ciò? Perchè mancavano di un sito proprio dove poter dire la verità senza dipendere dall’arbitrio altrui.
Costantino il Grande, appena conobbe il Cristianesimo, fu tosto persuaso che i Romani Pontefici dovevano essere liberi nell’esercizio dell’apostolico loro ministero; perciò loro somministrò mezzi materiali per vivere, fece dono al Papa del palazzo Laterano e di amplissime possessioni.
Col tempo i possedimenti ecclesiali aumentano, anzitutto per concessione spontanea del popolo che aveva trovato nei vescovi difensori più efficaci e valorosi che nelle proprie autorità laiche.
Dopo quel fatto il senato ed il popolo si dichiararono indipendenti da un tiranno eretico e persecutore, e si diedero interamente ai Papi, perchè da loro avessero soccorso e giustizia. Al principio del secolo VIII il dominio temporale dei Papi era pacificamente costituito per volontaria sottomissione dei popoli e per una tacita se non espressa approvazione dei sovrani. Roma co’suoi territorii forma lo stato della Chiesa abbastanza grande perchè i Papi siano indipendenti a casa loro, ma abbastanza piccolo da non divenire mai potentati tremendi come quelli della terra.
La tesi di don Bosco è quindi chiara, peraltro viene da lui espressa in tempi di gravi tensioni legate all’unità di Italia e al desiderio della massoneria di spogliare lo Stato Pontificio.
Riteniamo pertanto che il dominio temporale de’Papi è necessario, affinchè essi possano liberamente esercitare il loro ufficio, quello specialmente di proclamare la verità a tutti gli uomini non esclusi i sovrari, ed agli stessi nemici del Vangelo: e di costringere tutti, anche i principi, ad onorare le leggi di Dio e della Chiesa; e quello ancora di offerire a tutti gli uomini del mondo il mezzo sicuro di ricorrere al Padre universale e venire a trovare, se lo desiderano, il Vicario di Gesù Cristo.
Parlando di potere temporale del Papa, non si deve pensare a un regno da intendersi al modo comune, bensì come alla proprietà di tutti i cattolici del mondo.
Questo governo civile della santa Sede non appartiene ad altro qualunque sia sovrano, nemmeno agli abitanti degli Stati Romani, ma è realmente una proprietà de’cattolici di tutto il mondo, i quali, come figli affezionati, in ogni tempo concorsero ed hanno tuttora il dovere di concorrere a conservare e mantenere la libertà e l’indipendenza del loro Padre spirituale, dei Capo visibile del Cristianesimo.
In quest’epoca si ricordano il Pontefice Leone IV, benefattore di Roma con miracoli e interventi urbanistici.
- Leone IV. – Papa Leone IV, addolorato perchè non pochi fedeli spogliati de’loro averi erano costretti ad errare frale selve, si adoperò quanto potè in loro soccorso: e per rassicurar la città di Roma dalla ferocia dei nemici fece edificare una serie di case tra Castel s. Angelo e il Vaticano, cingendole di mura e incorporandole con Roma, da cui erano separate pel Tevere. Questa nuova parte fu detta città Leonina o Leopoli in onore del Pontefice che le aveva edificate. S. Leone IV fondò eziandio e ristabilì molti monasteri, decorò e dotò chiese in gran numero, largheggiò in limosine sì in pubblico, come in segreto. La santità di lui fu segnalata con prodigi. In fatti col segno della croce egli estinse un terribile incendio scoppiato in Roma, e con breve preghiera sterminò un orribile serpente, che col suo morso velenoso dava la morte a molti cittadini. Egli morì dopo otto anni di pontificato nell’855 e fu annoverato tra i Santi.
Adriano II convocò un nuovo Concilio per condannare Fozio.
Concilio VIII ecumenico. – Adriano II mise ad esecuzione quello che il suo antecessore aveva divisato a fine di impedire a tempo lo scisma nascente, e convocò a Costantinopoli un Concilio, che è l’ottavo ecumenico. Il Concilio co’legati del Papa lo scomunicarono, e per ordine dell’imperatore fu mandato in esilio, e s. Ignazio restituito nella sua primiera dignità. Anno 870.
Don Bosco e il papato. Capitolo VII. Don Marco Begato.
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SETTIMA PUNTATA
Capo V. S. Leone IX. – Ravvedimento di Berengario. – S. Pietro Damiani. – S. Gregorio VII. – Sua morte e suoi miracoli.
Incontriamo quindi Papa Leone IX, anche lui meritevole di aver condannato eretici e ricomposto scismi.
- Leone IX. –S. Leone, detto prima Brunone, nacque nel 1002 da reale famiglia nell’Alsazia. Morto papa Damaso II fu eletto suo successore nel 1049 col nome di Leone IX. Erasi in quel tempo manifestata l’eresia di Berengario che negava la reale presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia. Leone, dopo di averla proscritta, si portò in persona in un concilio convocato a Vercelli. {208 [208]} Qui fu condannalo l’eretico co’suoi scritti; si condannò pure e si gettò nel fuoco un libro di Giovanni Scoto Erigena che conteneva errori contro la fede. Acquetate appena queste turbolenze Leone ricevette una lettera dal patriarca di Costantinopoli, chiamato Michele Cerulario, che accusava la chiesa romana perchè celebrava la messa con pane azimo (senza lievito), digiunava ne’sabati e tralasciava l’Allelujadalla settuagesima a Pasqua. Rispose Leone con molta carità, facendogli osservare essere queste cose di pura disciplina, nè perciò porgere alcun ragionevole motivo di cagionare scisma nella Chiesa.
Ma una menzione speciale va a Gregorio VII, che don Bosco elogia come uno dei più grandi Papi di tutti i tempi.
- Gregorio VII. – Dopo la morte di s. Pier Damiani saliva sulla cattedra di s. Pietro uno de’più grandi papi che abbiano governato la Chiesa. Questi fu s. Gregorio VII, detto prima Ildebrando. Più volte si aveva tentato innalzarlo alla dignità papale, ma egli umilmente sempre aveva ricusato, finchè fu suo malgrado costretto ad accettarla nel 1073. Egli comandò realmente da un mare all’altro, e qual sole sparse i benefici suoi raggi a pro di tutta la Chiesa. Rivolse ogni sollecitudine ad estirpare il vizio di Simonia, a confondere gli eretici, riformare la disciplina, difendere i diritti della sede apostolica. Spiegò grande zelo verso Enrico IV, dissoluto e crudele re di Germania, il quale consumava le rendite della Chiesa in bagordi e in paghe ai soldati arruolati contro la religione. Nè a questo contento aveva fatto imprigionare ed uccidere quo’sacerdoti e vescovi che si erano opposti alla sua crudeltà e a’suoi sacrilegi. Contro di lui s. Gregorio mantenne ferma ed immobile l’immunità ecclesiastica. Lo scomunicò, lo depose, sciolse tutti i suoi sudditi dal giuramento.
Capo VII. Nono e decimo Concilio Ecumenico. – S. Bernardo. – Suoi miracoli. – Sua morte. – Eresia dei Valdesi. – Undecimo Concilio Ecumenico. – S. Tommaso di Cantorberì.
Con Papa Callisto II inizia la lunga serie di Concili convocati in san Giovanni in Laterano, detti Lateranesi. Nel primo di tale serie, il Papa cercò di risolvere il problema delle Investiture e iniziò a chiedere la liberazione della Terra Santa e della Spagna, entrambe vessate dal dominio dei saraceni.
Concilio IX ecumenico. – Il Concilio nono ecumenico fu eziandio celebrato a Roma nella chiesa di s. Giovanni in Laterano, d’onde fu chiamato lateranese. Si convocò da Callisto II nel 1123 e v’intervennero più di 300 vescovi oltre a 600 abati, presieduti dallo stesso pontefice. Fine principale di questo concilio era di ristabilire la pace e la concordia tra il sacerdozio e l’impero turbata per le così dette investiture.
Papa Callisto, pieno di zelo e di coraggio, volendo ad ogni modo porgere efficace rimedio a tanto male, dopo avere ridotto a più miti consigli Enrico V, radunò il detto concilio. Ivi l’imperatore fu sciolto dalla scomunica che aveva incorso, e si sottomise umilmente alla Chiesa e giurò di non più immischiarsi nelle investiture, lasciando così la Chiesa libera nella scelta de’suoi ministri. Furono parimenti condannate le ordinazioni fatte dall’eresiarca Bordino, il quale erasi proclamato antipapa. Infine questo concilio invitò i cristiani a cacciare da Gerusalemme i Saraceni che vi erano rientrati e dalla Spagna i Mori, feroci nemici del cristianesimo, e che si erano impadroniti di quel regno.
Il Concilio Laterano II giova invece a risolvere un problema di antipapi e altre eresie minori.
Concilio decimo ecumenico. – Trascorsi appena sedici anni dal suddetto concilio, papa Innocenzo II giudicò bene di tenerne un altro pure in Laterano. Esso fu aperto il 1 aprile 1139. V’intervennero mille vescovi e altrettanti abati, presieduti dallo stesso pontefice; il quale, come scrive uno storico di quel tempo, comparve fra que’tanti prelati il più venerabile di tutti, tanto per l’aria maestosa che dal suo volto traspariva, per gli oracoli che uscivano dalla sua bocca, quanto per la sua suprema autorità. Il concilio fu celebrato per rimediare ai disordini cagionati dall’antipapa Anacleto, detto Pietro di Leone, e per condannare vari errori che erano sorti contro alla fede.
Invece il Laterano III interverrà contro l’eresia Valdese, prima grande forma di antagonismo ecclesiastico medievale, che precorrerà di pochi decenni la grave rivoluzione luterana.
Undecimo concilio ecumenico. – Per condannare i Valdesi ed altri eretici fu tenuto l’undecimo generale concilio, che è il terzo di laterano, convocato da Alessandro III l’anno 1179 coll’intervento di 302 vescovi.
Dopo la consueta lista, che riassume i principali interventi canonici di tale periodo (Epoca Terza), don Bosco ci introduce alla quarta epoca della storia della Chiesa, che inizia con la gloria degli Ordini Mendicanti e termina alle soglie della vergogna dello strappo luterano.
Epoca quarta. Dal IV Concilio Laterano e XII ecumenico nel 1215 ai principii di Lutero nel 1517. Racchiude anni 302.
Capo I. Concilio IV di Laterano. – S. Domenico e l’ordine de’Predicatori. – Ordine Francescano.
Papa Innocenzo III nel Concilio Laterano IV condanna gli albigesi
Onorio III papa approvò fra gli ordini regolari nel dicembre del 1216 i Predicatori di san Domenico di Guzman.
L’ordine di s. Francesco fu approvato da Innocenzo III e confermato da Onorio III.
Capo II. S. Antonio di Padova. – Concilio XIII ecumenico. – S. Luigi re di Francia. – Festa del Corpus Domini.
Concilio XIII Ecumenico. – Frattanto Satana disturbando gravemente la Chiesa per opera di Federico II imperatore di Germania, il sommo pontefice Innocenzo IV pensò di tenere un concilio generale a Lione. Questo fu il primo tenuto in questa città, e si radunò l’anno 1245. Lo presiedette lo stesso Pontefice, e vi furono presenti 140 vescovi. Scopo principale di quella convocazione era di rimediare ai gravi danni cagionati alla Chiesa dal detto Federico II.
Capo III. S. Tommaso d’Aquino. – S. Bonaventura. – Concilio XIV generale. – Il giovanetto Verner. – San Celestino V.
L’elogio che don Bosco tesse di Celestino V è tutto all’insegna dell’umiltà:
- Celestino V. – Uno dei papi che diede esempio singolarissimo di umiltà è stato san Celestino V. Nato egli a Sulmona si diede tutto alla contemplazione delle cose celesti ed all’esercizio della penitenza. Dopo settant’anni di vita austera e penitente menata in un deserto, nel 1294 fu quasi a viva forza tratto fuori e creato papa in luogo di Nicolò IV, morto nel 1292. Da ogni parte correvano i popoli per vedere il nuovo pontefice, che colla fama di sue virtù e de’suoi miracoli tirava tutti in alta ammirazione. Ma passati cinque mesi di pontificato, spinto da umiltà e da amore alla solitudine, con esempio non veduto prima di lui rinunziò al papato, e benchè i Cardinali facessero la più viva resistenza, nulladimeno ei volle ripigliare le sue povere vesti di anacoreta. Giunto a Fumone nella Campania, in capo a dieci mesi morì con fama di santità. Anno 1296. Egli è fondatore dei monaci detti Celestini.
Saltiamo la ricostruzione cronachistica di un paio di Concili (Concilio di Lione per rappacificarsi con gli scismatici greci; il Concilio generale di Vienna per condannare i Templari) e passiamo alla ricostruzione del grande scisma di Occidente e della cattività Avignonese, gli anni di papi e anti-papi in cui la sede petrina fu fissata in Francia.
Capo V. La Santa Sede in Avignone. – Grande scisma di Occidente. – Wiclefo. – L’imperatore Venceslao e s. Giovanni Nepomuceno. – Concilio XVII ecumenico.
La Santa Sede in Avignone. – La sede antica del romano pontefice, nella quale s. Pietro per divina inspirazione collocò il centro di tutta la Chiesa e dell’orbe cattolico, è Roma.
Da s. Pietro fino al 1305 i papi non mai se ne allontanarono, se non quando la violenza e la persecuzione li costringeva. Ma appena fatti liberi tosto ritornavano a quella città, che pei monumenti religiosi, pei martiri che vi diedero la vita, pei santi che vi fiorirono, e pei miracoli di cui fu sempre mai testimone, a buona ragione acquistò il diritto di essere la capitale del mondo cristiano. Ma in questo anno (1305) una serie di tristi avvenimenti obbligò il papa ad allontanarsi dall’Italia ed a fissare la sua residenza in Avignone, città in quella parte di Francia detta il Contado Venosino. Cagione principale fu il re di Francia e di Napoli, detto Filippo il Bello, che merita il nome di flagello della Chiesa.
I Papi in Avignone. – Avignone pertanto fu la dimora de’romani pontefici per settant’anni, e questo tempo è paragonato alla schiavitù, cui furono per settantanni condannati gli Ebrei in Babilonia, detta schiavitù babilonica.
Finalmente il pontefice Gregorio XI potè appagare il voto di tutti i buoni ritornando all’antico domicilio dei papi. Questo glorioso ritorno fu accolto con applausi universali e celebrato con una grande festa. Anno 1377.
Terminata questa dura prova, subito ne arriva una seconda: lo scisma, che culminerà nella compresenza di tre presunti pontefici. Del resto, il primo evento (cattività avignonese) aveva determinato l’indebolimento della figura pontificia, il secondo (scisma d’Occidente) raccoglie i rovinosi frutti di tale infiacchimento. Allo stesso modo anche oggi e in futuro dobbiamo attenderci che, dopo un periodo in cui la figura del Pontefice sia per varie cause svilita, dovrà seguire un periodo di lacerazioni e sbandamenti. Lo leggiamo già nel Vangelo: percosso il pastore, le pecore saranno disperse (Mt 26). Questa consapevolezza può aiutare ad affrontare con maggior fede e fermezza simili epoche, qualora si manifestassero. Allo stesso tempo le esperienze passate ci suggeriscono il rimedio, che non sta nel correre dietro a questo o a quel candidato eccezionale, bensì nel tornare a digiuno e penitenza, preghiere di riparazione e impegno a rimaner saldi nelle verità tramandate nel tempo.
Grande scisma d’Occidente. – Erano già trascorsi quattordici secoli senza che la Chiesa cattolica fosse da scissure religiose turbata, quando sventuratamente scoppiò il così detto scisma d’Occidente. Per quarant’anni esso divise i popoli e i regni cattolici tra loro, gli uni riconoscendo un papa, e gli altri riconoscendone un altro. Il che non è a dire quanti mali arrecasse alla religione.
Quali sono le più gravi conseguenze che colpiscono i cattolici a seguito dello scisma? Qual è il decadimento spirituale che si attesta in tale grave momento storico?
Molti mali travagliarono la Chiesa durante questo scisma, perciocchè sebbene un gran numero di cattolici inclinasse a riconoscere papa quello che era stato eletto a Roma, tuttavia eleggendosene un altro in Avignone, il mondo cattolico era diviso in due parti.
Il più grave danno è dunque lo smembramento dei fedeli e il forte disorientamento. Direi anche la confusione tra un piano religioso (Roma) e uno politico (Avignone). Don Bosco non fa menzione di questioni sacramentali e canoniche. Credo a ragione. Le situazioni di caos suggeriscono una certa prudenza di giudizio e pazienza nella convivenza. L’impegno a purificarsi nelle virtù e a elevarsi nella preghiera è mezzo utile a preparare il terreno alle disamine più sicure che Dio svolgerà tramite uomini che lui stesso si eleggerà a suo tempo. E ne sarà prova il fatto che tali uomini saranno accolti come novelli profeti da tutte le parti contendenti. Così in effetti terminò lo scisma di Occidente.
Al termine don Bosco lascia una nota fondamentale, che dobbiamo ritenere come chiave di lettura e criterio fondamentale per interpretare la storia della Chiesa. Lo terremo per tale in quanto appunto il nostro autore, preso atto di tutti i disastri avvenuti, a partire da questo solo elemento riesce a giudicare della sostanziale bontà della turbolenta situazione attraversata.
Sebbene questo scisma sia stato una gravissima calamità per la Chiesa, tuttavia la divina Provvidenza fece si che niuno di questi pontefici insegnasse alcuna dottrina contraria ai costumi e contro alla fede. Quindi da questo scisma niente si può dedurre contro l’infallibilità del romano pontefice; bensì esso è solo una prova che la Chiesa cattolica è opera di Dio, non degli uomini.
La custodia della verità e delle dottrine circa i costumi e la fede, ecco l’elemento discriminante e il punto che dice della stabilità della Chiesa. Vengano scismi, persecuzioni e prigionie: finché la dottrina non sarà toccata, la Chiesa sarà stabile.
Sorge spontanea la domanda: e qualora la dottrina venisse toccata? Come parlare ancora di stabilità della Chiesa e infallibilità del Papato?
Don Bosco e il Papato. Capitolo VIII. Don Marco Begato.
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OTTAVA PUNTATA
Capo VI. Miracolo del SS. Sacramento. – Maometto II. – Scoperta del nuovo mondo. – S. Francesco di Paola. – Concilio XVIII ecumenico. – Disciplina di questa epoca.
A inizio del XVI secolo si tiene il Concilio Laterano V. In esso si riparano i danni creati da un precedente Sinodo tenuto a Pisa. Insomma il vizio di usare concili locali per promuovere pratiche sovversive è non nuovo nella Chiesa. La storia finora ci insegna che anche tali conciliaboli trovano il loro termine, dopo congruo tempo concesso dal Signore, e sempre per l’intervento di un Pontefice e di un Concilio debitamente convocato. Nessun altro singolo o gruppo locale può contrastare gli effetti negativi di un precedente sinodo eversivo; nessuno può abbreviare i tempi che il Signore concede al dilagare di certi errori; nessuno deve peraltro temere che a suo tempo Dio interverrà a risanare i danni inferti alla Sua Chiesa.
Concilio XVIII ecumenico. – La Chiesa cattolica, sempre intenta a provvedere nuovi mezzi per combattere sulla terra il peccato e promuovervi la virtù, esordiva il secolo decimosesto con un concilio ecumenico che fu tenuto a Roma in Laterano, e presieduto da papa Giulio II. Incominciato nel 1512 fu continuato da Leone X, ed ebbe fine nel 1517. Esso è il quinto lateranese, decimottavo generale. Vi intervennero 114 vescovi oltre ai cardinali e molti abati. Venne celebrato per provvedere a molti disordini che erano alla Chiesa minacciati da un’adunanza d’indegni prelati protetti dai principi del secolo, detto comunemente Conciliabolo di Pisa, dal luogo dove tenevansi le sedute.
Si chiude così l’epoca quarta. Nella quinta apparirà l’Anticristo e verrà la fine del mondo, o forse no. Ma l’impressione nei Cattolici sarà enorme: inizia il trionfo dell’eresia, dello scientismo, della massoneria. È l’avvio di un nuovo grande periodo nel quale siamo ancora totalmente immersi. Andiamo a scoprire con don Bosco come guardare e come affrontare queste novità.
Epoca quinta. Dai principj di Lutero nel 1517 fino alla morte di Pio VI nel 1799. Abbraccia anni 282.
Capo I. Epoca quinta. – Lutero. – Calvino. – Scisma anglicano.
Epoca quinta. – La Chiesa fu così aspramente combattuta in quest’epoca quinta, che pareva fosse venuto il tempo dell’Anticristo. Nulladimeno essa riportò nuovi trionfi. Un diluvio di eretici arditamente l’assale; molti suoi ministri invece di sostenerla si ribellano e le fanno piaghe profonde. A questi si uniscono i principi del secolo, che col ferro, colla strage e col saccheggio la opprimono. Il demonio si nasconde sotto il manto di società segrete e d’una filosofia mondana e seducente, ma falsa e corrompitrice. Esso eccita ribellioni e suscita sanguinose persecuzioni; ma Dio rende vani gli sforzi dell’inferno e li fa servire alla sua gloria.
La lettura non si discosta molto da certe visioni contemporanee, preoccupate per il tracollo della chiarezza dottrinale, del decoro liturgico e della rettitudine morale.
Ma quale fu la controffensiva cattolica nel XVI secolo? Quanto si avvicina a essa la controffensiva che ognuno di noi nel proprio quotidiano oppone alla crisi che ci avvinghia?
Nuovi ordini religiosi, missionari instancabili, apostoli invincibili, pontefici grandi per santità, zelo e dottrina, tutti insieme di un cuor solo, e di una sola mente, dall’onnipotente braccio confortati, difesero validamente la verità e portarono la luce del Vangelo sino agli ultimi confini della terra. Così la Chiesa ebbe nuove conquiste e più gloriose vittorie.
Non riporto le ulteriori osservazioni del santo torinese, in quanto si discostano dallo studio sui Pontefici che stiamo portando avanti. Lascio però a titolo esemplificativo l’elenco di alcuni temi affrontati nel Capo II della Parte V.
Capo II. Ordini religiosi. – Barnabiti. – Cappuccini. – S. Gaetano e i Teatini. – S. Giovanni di Dio e i Fate bene Fratelli. – S. Girolamo Emiliani e i Somaschi. – S. Ignazio di Lojola. – Adorazione delle Quarant’Ore. – Fine di Lutero. – L’imperatore Carlo V.
Capo III. Concilio di Trento. – S. Pio V. – S. Teresa. – S. Carlo Borromeo. – S. Luigi Gonzaga.
La risposta definitiva alla crisi innescata da Lutero e poi esplosa nelle altre eresie moderne chiede l’indizione in un nuovo Concilio Ecumenico. Se i precedenti Concili affrontarono questioni relativamente particolari, questo dovrà trattare e sistematizzare pressoché la totalità dei temi del deposito della fede. Sarà l’ultimo Concilio per i successivi due secoli, con un grado di normatività estremamente elevato e una autorevolezza tanto eminente quanto efficace.
Concilio Tridentino. – La guerra fierissima che i protestanti muovevano alla Chiesa ed il bisogno urgente di ravvivare nel clero e nel popolo la santità dei costumi, rendeva necessario un concilio ecumenico. Fu infatti convocato da papa Paolo III a Trento, città del Tirolo italiano, e prese nome di Concilio Tridentino. Esso è il diciannovesimo ecumenico.
Vennero condannati tutti gli errori inventati e suscitati da Satana in quella età; ma non si condannò alcun eretico personalmente proferendone il nome. Furono emanati molti decreti dogmatici sopra la grazia, i sacramenti, il purgatorio, le indulgenze e altri punti della fede: e si stabilirono molti salutari precetti di morale cristiana.
Campione del Concilio tridentino fu il santo Pontefice Pio V.
Capo IV. Enrico IV. – S. Filippo Neri. – Persecuzione del Giappone. – Il piccolo Pietro martire. – Cesare de Bus e i Dottrinari. – S. Camillo e i ministri degli infermi. – S. Rosa di Lima. – S. Francesco di Sales e il Chiablese.
Capo V. Giansenio. – Nuove barbarie nel Giappone. – Castigo de’persecutori. – S. Giuseppe Calasanzio e le Scuole pie. – S. Vincenzo de’Paoli e i Lazzaristi. – Progressi del Vangelo nel nuovo mondo.
Capo VI. Fratelli delle scuole cristiane. – Benedetto XIV. – S. Paolo della Croce e i Passionisi. – Origine de’Franchi-Muratori. – Moderna Filosofia. – Voltaire e Rosseau.
Peggiore dell’emorragia dei riformati fu la comparsa della Massoneria, una rete avvolta nei segreti con un’indole intrinsecamente antireligiosa e anticattolica. Purtroppo, essendosi ormai allentato il legame tra il Papa e i Principi, le parole di quello non dissuasero questi dallo scendere a patti con le società segrete.
Clemente XII e Benedetto XIV condannarono questi fanatici, ed eccitarono i sovrani a cacciarli da’loro stati. Ma pur troppo i re e i principi furono o concorrenti, o negligenti: e molti di essi già ne pagano il fio. Imperocchè i framassoni colle loro segrete adunanze cagionarono e cagionano ancora oggidì mali immensi alla religione, ai governi civili ed alle famiglie. Si può dire che sono la peste del genere umano. Quelli, che oggidì appellansi liberi pensatori, appartengono alla Massoneria. Miseri coloro che si lasciano cogliere in questa rete infernale!
Capo VII. S. Alfonso e i Redentoristi. – Soppressione de’Gesuiti. – Persecuzione Francese. – Robespierre. – Pio VI.
Tra le prime e più evidenti e disastrose conseguenze dell’ascesa massonica va annoverata la soppressione dell’ordine Gesuita. Ennesimo palese esempio di gravissima ingerenza dei poteri secolari nelle dinamiche ecclesiastiche. Anche qui non possiamo non notare la grande benevolenza di don Bosco nei confronti del Pontefice Clemente XIV, nonostante la responsabilità di aver soppresso la Compagnia di Gesù, la quale più di tutti in epoca moderna aveva agito a sostegno del Papato per difendere il vero pensiero cattolico nel’Europa e nel Mondo intero.
Soppressione dei Gesuiti. – Le corporazioni religiose sono a guisa di eserciti della Chiesa sparsi nelle varie parti del mondo. Quando perciò si vuol combattere la religione, si suole cominciare dai regolari, di poi si passa al clero secolare, ai vescovi e in fine al Capo supremo della Chiesa. I primi ad essere fatti segno per lo più sono i gesuiti. Alla metà del secolo XVIII i Liberi Muratori e i maestri dell’incredulità, trovando in essi un grande impedimento ai loro fini, inventarono contro di loro ogni genere di calunnia. Con questo mezzo riuscirono a farli cacciare dal Portogallo, dalla Francia, dalla Spagna e da altri regni: e si adoperarono presso ai governi civili, acciocchè costringessero il sommo Pontefice a sopprimerli, minacciandolo di mali gravissimi se resisteva. Il Papa adunque suo malgrado, sperando di preservare la Chiesa da sciagure maggiori, nel 1774 soppresse tutto l’ordine. Ma non andò gran tempo che parecchi sovrani desiderarono che questi religiosi rientrassero ne’loro stati a prendere cura della gioventù, predicare e compiere altre pani dell’ecclesiastico ministero.
Ripristinata la Compagnia dal Papa Pio VII, è notorio agli studiosi come essa non sia più stata la medesima di un tempo, e come da allora in modo lento ma inesorabile una mentalità viepiù secolare e filo-massonica si sia infiltrata anche in questo Ordine glorioso. Cosicché non ci stupiamo se negli ultimi decenni parlare di Gesuiti certamente non equivale a sicurezza dottrinale e salvaguardia dal modernismo. Ma ancora una volta, per usare le parole di don Bosco, deve risultare evidente che il trionfo della vera fede non è opera di uomini o conquista di uomini, bensì solo e unicamente opera di Dio che per questo non si dispiace di “ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti” e di ciò “che nel mondo è debole per confondere i forti” e di ciò “che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,27-28).
Le concessioni di Clemente XIV ai desiderata dei potenti di questo mondo decisamente non hanno sortito gli effetti desiderati. La soppressione della Compagnia di Gesù lungi dall’attenuare le ingerenze dei sovrani sulla Chiesa, sono state preludio di ben più gravi episodi. A farne le spese saranno i Sommi Pontefici Pio VI e Pio VII, ridotti in carcere dagli uomini di Napoleone. Riporto ampi stralci, perché commoventi e perché in un certo senso dobbiamo credo prepararci a vedere nuovamente rapiti e strattonati i nostri Pontefici. Se ciò avviene per la loro fedeltà a Cristo, ciò avrà da essere conforto e speranza per tutti noi, come lo fu – leggerete poco sotto – per re Emanuele IV e la regina di Sardegna, la venerabile Clotilde. Ci educhi questo racconto al retto modo di desiderare e accompagnare le persecuzioni della Chiesa, con cuore di veri figli cattolici, per vedere sempre in esse attuata la beatitudine rivolta da Nostro Signore ai perseguitati per il Suo nome.
Pio VI. – A papa Clemente XIV era succeduto Pio VI, il quale ebbe il pontificato più lungo che sia stato sino a quello di Pio IX; ma quasi tutto pieno di amarezze e di angoscio. Eletto nel 1775, adempiè con infaticabile zelo le funzioni di supremo Pastore consolando gli uni, aiutando gli altri, confortando tutti a rimaner fermi nella fede. Ne’tre ultimi anni di pontificato dovette tollerare ogni maniera di crudeltà, di persecuzioni e d’insulti da parte de’Francesi. Que’ribelli sotto alla scorta di Napoleone I invasero l’Italia, e dopo aver profanato e spogliato i più venerandi santuari entrarono in Roma per impadronirsi del Papa contro alla fede data di non fare insulto nè a Roma, nè al suo sovrano.
Mentre il Papa pontificalmente vestito celebrava i divini uffizi, gli vien significata l’abolizione di ogni sua autorità; sono allontanate le guardie romane e in loro vece si pongono de’francesi. Il generale Berthier ebbe l’audacia di voler vestire il Pontefice da repubblicano con nappa di tre colori. «Io non conosco altra divisa, rispondeva il magnanimo Pontefice, se non quella di cui la Chiesa mi onorò. Voi potete opprimere il mio corpo, ma l’anima mia è superiore ad ogni attentato… Voi potete ardere e distruggere le abitazioni dei vivi e le tombe dei morti, ma la religione è eterna: essa sussisterà dopo di voi, come esisteva prima di voi, e il suo regno si perpetuerà sino alla fine dei secoli…» (Anno 1798).
Capo VIII. Persecuzione in Roma. – Rapimento e patimenti di Pio VI. – Sua gloriosa morte. – Redole disciplinari di quest’epoca.
Rapimento e patimenti di Pio VI. – Il perseguitato, ma sempre grande Pontefice, attesa l’età di ottant’anni, la sanità cagionevole e i vari suoi incomodi, mostrava vivo desiderio di morirsene a Roma, e si rifiutava di sottomettersi al comando di partire. Ma replicava il barbaro Haller: «Io non ascolto nè ragioni, nè pretesti. Se voi non partirete di buona volontà, vi faremo partire per forza.» In una spaventevole notte, quella del 28 febbraio 1798, mentre infuriava un orribile temporale, il Papa posto in una cattiva carrozza, privo de’suoi ministri, consegnato nelle mani di due commissari, viene condotto segretamente fuori di Roma per non entrarvi mai più. Fu da prima condotto a Monterosso, indi a Viterbo, poscia a Siena e finalmente trasferito in un convento di Certosini presso Firenze. Egli era menato schiavo da’suoi nemici, che studiavano ogni segretezza perchè non fosse conosciuto. Non di meno egli riceveva da per tutto onori, come se fosse condotto in trionfo. Da tutte parti preti, {325 [325]} laici, ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e fanciulli, sani ed infermi, tutti insieme confusi occupavano i campi, le strade, si arrampicavano sugli alberi, e colle mani giunte e ginocchioni dimandavano la benedizione del glorioso prigioniero. Nella Certosa di Firenze fu visitato dal re Emanuele IV e dalla regina di Sardegna, la venerabile Clotilde. Si gittarono amendue a’suoi piedi, benchè inutilmente il buon Papa si sforzasse di rialzarli. «In questo momento fortunato, disse il re, io dimentico tutte le mie disgrazie, più non mi lamento del trono che perdei; tutto a’vostri piedi ritrovo. – Caro Principe, risponde il Papa, tutto è vanità, eccetto amar Dio e servire a lui. Rivolgiamo i nostri sguardi al Cielo; là ci aspettano troni che non potranno più esserci rapiti. – Venite con noi in Sardegna, ripiglia la pia regina, voi troverete ne’vostri figliuoli tutto il rispetto che merita un sì tenero Padre.» Ma come poteva egli liberarsi dalle mani di quei ladroni?
Morte di Pio VI. – Dopo tanti viaggi e stenti, dopo tante inquietudini, travagli ed insulti, questo illustre martire doveva ricevere la ricompensa dovuta a’suoi patimenti. Mentre l’arcivescovo Spina si avanzava per amministrargli il SS. Viatico, al cospetto di Gesù Cristo gli domandò se perdonava ai suoi nemici. A quelle parole il venerando Pontefice levando gli occhi al cielo, quindi fermandoli in un crocifisso, che teneva sempre in mano. «Con tutto il mio cuore, rispose, con tutto il mio cuore.» Fatte chiamare intorno a sè le persone di casa, e quelle prostrate e piangenti benedisse con triplice ed ultima benedizione. Chiese che gli si leggessero le orazioni degli agonizzanti, le quali divotamente accompagnava. Conservando sempre la stessa serenità di volto, si addormentò nel Signore l’anno 81 di sua età, di suo pontificato 24 e mezzo, il 29 agosto 1799.
Con la morte tragica e infame di Pio VI nelle carceri francesi si chiude anche la quinta epoca della storia della Chiesa. Don Bosco riporta il consueto sommario di novità canoniche e usanze ecclesiastiche eminenti introdotte in quest’epoca, quindi procede spedito verso quella che – per lui – è l’ultima epoca della Chiesa.