Il mistero della sofferenza e la fede cristiana. In risposta ad un articolo di Enzo Bianchi.
Pubblichiamo volentieri, in questa Settimana Santa, questo articolo di Alfredo Villa sul tema della sofferenza.
L’articolo a firma Enzo Bianchi, “Io, cattolico e malato, vi dico che la lotta al dolore non è peccato”, apparso sulla Stampa il 27 marzo 2025, non può e non deve essere commentato.
E questo a priori, in quanto vi sono alcuni argomenti e uno di questi è la sofferenza, di cui, uno spettatore terzo, non ha mai e per nessun motivo, diritto di parlare.
Si può però certamente condividere con Enzo Bianchi come la Chiesa abbia commesso degli errori nell’interpretare e diffondere il Vangelo, forse dipingendo un Volto di Dio, che non corrisponde a quello che è stato rivelato dal Cristo, Dio incarnato.
Il condannare però ciò che si può riassumere in “dolorismo” è un rimprovero che la Chiesa, con la sua Tradizione e Magistero, non merita.
Il Volto che la Chiesa, attraverso i suoi rappresentanti, cerca di mostrare ai sofferenti, pur se con difficoltà ed errori, è il Volto di Cristo, o meglio, la peculiarità irripetibile del Suo sguardo su chi soffre.
Non vi è dubbio, inoltre, che Gesù abbia contrastato in modo radicale la sofferenza, ma la Sua prima modalità di opposizione, è stata quella di assumere tale sofferenza su di Sé, promettendo l’apparentemente impossibile.
Chi se non Gesù, può dire qualche cosa sul soffrire ed il morire innocente?
Quindi basterebbe attenersi alle Sue parole ed al Suo esempio, declinandoli, pur con tutti i nostri limiti, nella povera testimonianza della nostra vita, per eliminare ogni forma di dolorismo ed offrire vero, compassionevole, conforto.
Ma se l’eliminazione del dolorismo è cosa buona, non lo è invece il ridurre il dolore ed il sacrificio ad un puro evento umano e naturale, senza alcun senso e funzione così come il presentare l’attenzione della Chiesa quanto al dolore, morte e sofferenza, come una tendenza all’esaltazione pagana di un Dio perverso a caccia di colpevoli o di capri espiatori, non rende giustizia alla Verità.
Non è Dio che vuole ed impone il sacrificio, ma è l’uomo che, in alcuni casi sceglie di vivere la sua sofferenza in modo donativo e questo per amore e per immergersi nella vera natura e realtà del Cristo e della Croce.
Dare per scontato che tale immedesimazione in Cristo non possa essere contemporaneamente dolce e fonte di gioia, non è smentire la Tradizione della Chiesa, atto che lascia il tempo che trova, ma è lo sbugiardare i tanti malati che ho visto morire nella santità semplice di molti uomini e donne ancora innamorati della vita tanto da offrire il loro calvario per amore ed a vantaggio di tutti.
Un altro appunto che mi permetto di fare ad Enzo Bianchi è che il limitare la grandezza dell’uomo e dell’amore che questi può dare e ricevere, solo al rispetto e alla salvaguardia della sua dignità sia per lo meno riduttivo.
Quando sono accanto ad un corpo sofferente e disintegrato, orribile nell’aspetto, con i suoi suoni e odori sgradevoli, dove le parole sono spesso gemiti ed il suo sudore fredda anticipazione della morte, se, in tutto questo, io vedessi lesa la sua dignità, dovrei allontanarmi al più presto e chiedere perdono per me stesso e non invece considerare di abbreviare ciò che non vorrei vedere.
Lo scandalo è la sofferenza e la morte, mai chi la subisce.
Gesù ci ha insegnato a guardare a ciò che è vero e questo al di là delle apparenze.
Ogni ammalato ed ogni morente è una verità ricolma di sacralità e mistero che nessuna apparenza o realtà può ridurre o limitare.
Non mi si fraintenda però. Combattere il dolore e la sofferenza di ogni uomo è un atto necessario ed è espressione di vera cristianità ed umanità, essendo in realtà impossibile separare l’una dall’altra.
Le cure palliative sono quindi una assoluta benedizione.
Dire anche che se la cura e gestione del dolore dovesse accelerare in qualche modo la morte è anch’esso un atto di pietà cristiana ed è certamente consentito affermarlo.
Ma il dire che tali atti si giustifichino perché sono solo atti a salvaguardare la dignità dell’uomo è al limite della blasfemia.
Poiché credo che nessuno si permetterebbe mai di affermare che Gesù in Croce fosse senza dignità.
Anzi, nella e sulla Croce, Gesù ha raggiunto la pienezza del suo Essere e niente al mondo, quanto un malato ed un morente, si avvicina a tale incommensurabile e incomprensibile grandezza.
Quale dignità sono chiamato allora a difendere, sempre che sia necessario difendere ciò che è a prescindere?
È la dignità percepita dall’uomo che assiste, quella reale dell’uomo che soffre, forse più per lo sguardo dell’altro che per la sofferenza stessa o la vera dignità garantita a priori da un Dio compassionevole?
Per concludere, le domande “da dove il male” e “cosa ho fatto di male per meritarmi questo” sono una costante in Ospedale, e nelle RSA.
Dare una risposta, anche quella proposta dalla fede, è veramente arrogante, riduttivo e sicuramente inutile. Si getti quindi il catechismo e si apra il cuore, per entrare con rispetto nel mistero che, chi stiamo accompagnando, vive in prima persona e che per questo motivo è l’unico che ha il diritto di esprimersi ed è l’unico che potrà trovare una risposta che potrà essere solo personale.
Ma non è per nulla scontato che un malato debba vivere tale Mistero, solo dando a quest’ultimo una connotazione negativa, né che metta un limite ben definito alla sofferenza e fissi un livello oltre il quale questa diventa insopportabile o sembri compromettere la sua dignità.
Dopo anni di servizio in ospedale, sono certo che la sofferenza ed il male, come del resto afferma Enzo Bianchi, non vengano da Dio. Questo può essere detto e va assolutamente detto al malato.
Può anche essere detto, a mio avviso, che ciò che non viene da Dio, non ha una sua essenza e soprattutto non è per sempre. Perché nulla e nessuna condizione nega all’ammalato ed al sofferente di amare, di ricevere amore, di commuoversi e di sorridere e così di continuare a vivere, nei limiti posti dalla sua fragilità.
Ogni qualvolta questo accade, ogni qualvolta si riconosce la presenza eterna della vita, il male è già sconfitto o meglio si è già trasportati in un luogo ed un tempo che è assolutamente al di là ed oltre tale sofferenza. Non vi è bisogno di dire ad un sofferente e ad un malato che “Cristo ha sconfitto la sofferenza e la morte”. Basta guardarlo, toccarlo, accostarlo, con gli occhi, le mani ed il corpo di Cristo, affinché questa verità gli sia nota. E questo vale, anche e forse soprattutto, per chi non crede.
Ma sapere che tutto questo male è stato sconfitto, non giustifica il fatto che lo si subisca e che sia apparentemente senza senso.
Ritengo, ma questo non sempre lo dico ai malati, che sia stato un terribile errore l’aver sdoganato il peccato, rimuovendo la causa prima del male e della morte e quindi, in qualche modo, giustificando l’ingiustizia incommensurabile che male e morte rappresentano, solo a causa della loro “naturalità”.
Non comprendere il peccato come origine del male, di quel male che vedo manifestarsi quale frutto maligno in ogni corpo martoriato e morente, in realtà non solo aiuta a consentire il proliferare del male stesso, ma lo derubrica ad evento naturale ed inevitabile.
Il male, inoltre, proprio per la sua natura, ricade in modo ingiusto ed iniquo su qualcuno e sicuramente in modo non proporzionale alle colpe dei singoli. Inoltre, il male, che è perverso, prova per sua natura a pervertire chi è più innocente.
Negare questa evidenza, per me esperienziale e concreta, è essere fiancheggiatori del male stesso.
Di fronte al male ed alla morte sembriamo come un bambino che chiede a suo papà il perché di qualche evento e si sente rispondere, “perché sì”.
Il nostro vero Padre è invece assai diverso. Offre risposte e dà, in Cristo, una soluzione eterna.
L’offrire solamente, per quanto necessario e cristianamente santo, soluzioni palliative, attraverso la medicina e la scienza, è combattere il male erigendo solo una fragile trincea che comunque il male stesso travolgerà.
Invece, proprio a supporto di scienza, medicina e cure, l’unire tali sforzi lodevoli alla preghiera, ai Sacramenti, ai sacrifici, alle riparazioni e a qualsiasi altro atto vicario finalizzato a mitigare gli effetti del peccato è cosa buona e soprattutto efficace.
Ma lo è ancora di più il provare a non peccare per non aggiungere male a male, proprio quel male che non colpendo direttamente chi lo compie, peccatore e causa, ma un terzo innocente, lo rende indissolubilmente responsabile.
La vera unità e la vera correlazione tra gli umani risiede, per assurdo, nel comune peccare.
È assolutamente irrilevante che il malato o il morente che si assiste sia o non sia credente, sia o non sia cristiano.
L’unica differenza sta che, se credente, posso pregare con lui in una dolcissima comunione e se non lo è, pregherò per lui, ogni qual volta, nel silenzio, il mio cuore vorrà essere accanto al suo.
In Ospedale ho visto di tutto, ogni tipo di emozioni, reazioni e scelte, ma quasi mai maledire.
Invece molte volte ho visto offrire, coscientemente o inconsciamente la propria sofferenza.
Contro il male e la sofferenza, l’efficacia della riparazione cristiana e dell’offerta della sofferenza per il bene dell’uomo, e questo, al di là del fatto che si creda o no, è infinitamente maggiore di quanto si possa credere.
Quello che il malato offre non è un sacrificio. Il male e la sofferenza non sono né voluti né ricercati, e quindi non si possono sacrificare.
La propria sofferenza e la propria morte si possono di fondo solo offrire, e questa è un’offerta che ognuno, prima o poi dovrà portare ad un altare e ad un Dio, più o meno conosciuto, conoscibile, o persino negato.
Ma una libera scelta d’amore, quale è la riparazione vicaria dei peccati, trasforma l’offerente da oggetto passivo a soggetto attivo, da colui che subisce a colui che accoglie ed assume il dolore, dando vita ad una consacrazione, che se solo Gesù, in realtà, può compiere, ma che il malato ed il morente può scegliere di fare sua, in un’unione perfetta con Cristo, collaborando ad inchiodare, su una croce divenuta comune, tutti i peccati del mondo, trasformando il proprio male in sollievo, se non addirittura guarigione, per molti.
Alfredo Villa
Questo articolo è stato rilanciato anche dal blog di Sabino Paciolla.