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Gli italiani votano per l’indissolubilità del matrimonio

Troppo spesso il festival di Sanremo è stato il triste palcoscenico da cui diffondere ideologie anticristiane e antiumane, non possiamo quindi che rallegrarci della vittoria di una canzone dedicata all’indissolubilità del matrimonio nell’edizione del 2026. Mario Adinolfi, sulla sua pagina Facebook, spiega bene il significato di questa inattesa e gradita novità.

SAL DA VINCI, IL SIGNIFICATO DI UNA VITTORIA

Sal Da Vinci ha trionfato al festival di Sanremo 2026 con una canzone sull’indissolubilità del matrimonio intitolata Per sempre sì, accompagnata da una coreografia che tutta l’Italia ormai sa realizzare sui tre versi finali: Io te lo prometto davanti a Dio / saremo io e te accussì / sarà per sempre sì. E la coreografia si chiude indicando la fede nuziale. Il cantante nato a New York ma intriso dell’anima della sua Napoli è da quarant’anni unito alla cinquantottenne Paola Pugliese da cui ha avuto due figli: l’oggi trentatreenne Francesco colpito da bambino dalla meningite e la ventottenne Anna Chiara che dovette affrontare in tenera età un angioma tubero-cavernoso al viso. Prove pesantissime che Paola al Corriere della Sera racconta così: “Abbiamo affrontato tutto con la fede, Dio è sempre presente, ci siamo sempre affidati a Lui anche quando non avevamo i soldi neanche per pagare il latte per i nostri figli piccoli”. Sal si chiama in realtà Salvatore e, ci informa sempre Paola, “prega prima di salire sul palco, ma anche la mattina e la sera”.

Commentare le canzoni di Sanremo sulla base dell’impianto musicale è esercizio insensato: nessuno è Bach e neanche Guccini o De André, che non a caso al festival non sono mai andati. Da questo punto di vista il brano di Sal Da Vinci è bruttino, anche se garantirà all’autore valangate di diritti SIAE perché non è immaginabile da oggi un solo matrimonio da Roma in giù in cui lo sposo non dovrà intonare Per sempre sì, dedicandola alla sposa. Ma la vittoria del cantante napoletano che ha trionfato non solo grazie al televoto del pubblico, ma per il voto “qualificato” della giuria delle radio e della sala stampa, ha un significato molto chiaro: la necessità di un ritorno alla normalità.

Dopo un delirante decennio in cui il festival imponeva modelli culturali posticci legati alla cultura Lgbt (obbligo di indossare i colori arcobaleno a Sanremo 2016 a sostegno della legge Cirinnà, l’anno precedente in pieno dibattito su quella normativa Carlo Conti omaggia il governo Renzi invitando come superospite internazionale il trans semibarbuto Conchita Wurst, per non parlare dei “quadri” blasfemi di Achille Lauro nei festival di Amadeus punteggiati di celebrazioni omosex culminate con gli amplessi simulati tra Fedez e il collega Rosa Chemical o con i pistolotti alla Rula Jebreal sulla natura omofoba e misogina di un’Italia raccontata come patria del femminicidio) il significato della vittoria di Sal Da Vinci è dunque pienamente culturale e politico, segnala meglio della vittoria di Trump o del record di durata del governo Meloni come il vento sia radicalmente cambiato e l’Italia senta il bisogno di un ritorno ai valori della propria tradizione.

Sbaglia chi ha descritto tutto questo come una forma di restaurazione o addirittura di normalizzazione imposta dall’alto e con lo sguardo rivolto al passato. Ho avuto modo di notare, infatti, come su Tik Tok impazzi il brano di Sal Da Vinci in particolare tra le giovani e le giovanissime che postano varie loro interpretazioni di un sogno comune ben interpretato da quelle tre semplici parole del titolo del brano: per sempre sì. Ragazze tra i diciotto e i venticinque anni grazie a questo cantante napoletano che potrebbe essere loro padre è come se avessero trovato il coraggio e il pretesto per raccontare la loro vera recondita ambizione: non prendere un master e diventare stressatissime donne manager, ma trovare un uomo che si dedichi a loro e si impegni davanti a Dio a affrontare insieme ogni difficoltà, per sempre.

Per sempre, che locuzione affascinante. Sal Da Vinci la incarna credibilmente con la sua storia familiare e le ragazze dei social riecheggiano un’Italia che vuole un futuro costruito su questa sete di assoluto e non più sulle baracconate dei teorici dell’emancipazione femminile ai danni della stabilità familiare. La priorità diventa il matrimonio indissolubile e chi l’avrebbe mai detto ai Matteo Renzi che riteneva dieci anni fa che essere moderni dovesse coincidere con due cannoneggiamenti dell’istituto matrimoniale attraverso due leggi che il suo governo fece approvare: quella sulle unioni civili gay e quella sul divorzio breve. Carlo Conti nel 2016 era conseguente corifeo in Rai di quel vento che per dieci anni ha soffiato provando a rendere l’Italia una terra strampalata e distanziata dai propri valori tradizionali, nel 2026 finalmente è lo stesso Carlo Conti a chiudere il suo ciclo riconsegnando simbolicamente il Paese a se stesso con la vittoria del brano e dell’esempio personale offerti da Sal Da Vinci.

Ci si apre ora al futuro rappresentato dalla guida del Festival affidato a un trentaseienne, Stefano De Martino. Solo Pippo Baudo era più giovane quando condusse il suo primo Sanremo in un altro anno non casuale, il 1968. Spero che nel 2027 il testimone venga raccolto in continuità con il significato della vittoria di Sal Da Vinci, perché è vero che sono solo canzonette e i guai di questo mondo sono altri, ma se l’Italia rientrerà nel solco della sua storia e dei suoi valori potrà con l’aiuto di Dio affrontare quei guai con una maggiore compattezza rispetto al modo con cui l’avrebbe fatto l’Italia sbrindellata dall’inseguimento delle mode disvaloriali, effimere quanto una canzone di Mahmood.

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