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L’ultima spiaggia

Riflettendo sul nostro cammino di santità abbiamo detto, in un post precedente, che il compito che ci è stato affidato da Cristo è farLo incontrare agli altri.

Quali altri?

Tutti.

Anche a chi non crede? Soprattutto a chi non crede!

Anche a chi ci perseguita? Soprattutto a chi ci perseguita!

Al riguardo vorrei riflettere su un brano evangelico, tanto noto quanto poco compreso.

Partiamo dalle due citazioni di Mt 5,38-41 e Lc 6,27-31. Useremo la versione CEI2008 ma anche le altre versioni sono altrettanto chiare.

Cominciamo con Matteo:

38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; 39ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; 40e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.

Ed ecco Luca:

27Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. 29A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. 30Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. 31E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.

Il brano è il famoso “porgi l’altra guancia”, entrato ormai nei modi di dire comuni.

Qual è la chiave di lettura del brano?

Per molti si tratta di un brano in cui si parla di mansuetudine cristiana, ma nel senso del cosiddetto anarchismo cristiano, quella dottrina filosofica (che ebbe tra i suoi principali protagonisti Lev Tolstoj, Dorothy Day, Simone Weil e altri ancora) che sostiene che il cristiano non si difende con la forza militare ma solo con la passività.

E questa è la versione che ci viene presentata più spesso.

Esiste anche un’altra spiegazione, che contiene anche la prima ma che, però, va oltre. È la lettura del brano come il primo esempio di resistenza civile.

Walter Wink, pastore metodista, è stato il primo a proporre una chiave di lettura in tal senso.

Nel suo libro “Engaging the Powers: Discernment and Resistance in a World of Domination”, Wink afferma che i vari Poteri (ossia i Principati e le Potestà di Ef 6,12) hanno preso il sopravvento e hanno trasformato il Potere delle origini, cosa buona perché consentiva di portare ordine nelle cose, facendolo divenire una forma di male estremamente pericolosa.

In pratica Wink riflette, nel testo, sulla domandacome possiamo sconfiggere i mali del mondo senza creare altri mali e senza diventare, noi stessi, il male?”.

La questione di Wink non è da ignorare e, anzi, è anche oggi di estrema attualità. Quante volte il nostro operare per fare del bene si è trasformato in un male o ci ha rosi dentro, come un tarlo, fino a farci crollare sotto il dominio delle tenebre?

Cerchiamo di capire la risposta di Wink proprio attraverso la sua interpretazione della parabola del “porgi l’altra guancia”.

Per Wink, la parabola (divisa in tre momenti, nella versione di Matteo) deve essere letta considerando i tre esempi che vengono fatti alla luce delle usanze e delle leggi del tempo.

Sappiamo che Matteo scrive quando ancora esisteva il Regno di Israele, anche se diviso in tetrarchie, sotto il periodo della dominazione romana anteriore alla distruzione del Tempio di Gerusalemme. E questo è il periodo che bisogna considerare come riferimento contestuale.

Partiamo proprio dallo schiaffo: “se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra”.

Un attimo. Guancia destra?! Ma se una persona “media” mi percuote, essendo destra, mi percuoterà sulla guancia sinistra, non sulla destra! Come spiegare quello che sembra un grossolano errore di Gesù? Forse Gesù parlava solo ai mancini? Altamente improbabile? Forse Gesù ha sbagliato, si è confuso? Improbabile lo stesso. Allora cerchiamo di analizzare il contesto e vediamo cosa significava ai tempi di Gesù essere percossi sulla guancia destra.

In effetti, esiste un tipo di schiaffo che, se fatto da un destro, colpisce sulla guancia destra: è il cosiddetto “manrovescio”. Il manrovescio è un tipo di colpo molto violento e che era riservato dal padrone allo schiavo. Era uno schiaffo che serviva a ribadire il proprio dominio e la propria superiorità ed avveniva col dorso della mano destra. Chiedendo di essere percossi sulla guancia sinistra si chiedeva di essere riconosciuti come persone, come pari, non come oggetti, come erano gli schiavi al tempo. E non vi era altro modo di colpire sulla guancia sinistra perché, se si fosse usato il manrovescio della sinistra, essendo la sinistra destinata ad usi impuri (era la mano impura) si sarebbe affermato non il dominio né la superiorità ma che si stava facendo qualcosa di sbagliato (impuro).

Quindi, nella lettura di Wink, chiedere di essere percossi sull’altra guancia (la sinistra) equivaleva a dire “con me non puoi usare il manrovescio, perché non sono un tuo schiavo. Sono un tuo pari e mi devi percuotere da pari a pari.”

Ma anche il secondo punto va letto nello spirito del tempo: “a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica”. Se uno mi prende il mantello e io gli do anche la tunica rimango praticamente nudo. E il rimanere nudi in pubblico era visto all’epoca come una vergogna anche per lo spettatore e non solo per chi rimaneva privo di vestiti. E questo significava, di nuovo, che si voleva essere considerati una persona e che il male ricevuto, ricadeva sull’altro che doveva riconoscere l’umanità del perseguitato. Infatti, lo spettatore della nudità si trovava coperto di vergogna. E il messaggio del nudo poteva essere inteso come “vedi, il tuo male ora ti comporta una vergogna”. Tra l’altro, il brano inizia con una citazione in giudizio, il che fa pensare che dietro vi fosse un debito o un altro danno e che, quindi, almeno in parte, la richiesta del mantello potesse essere lecita. Il contesto generale ci fa capire che o tale richiesta era eccessiva o, addirittura strumentale, ma, in tutti i casi, di nuovo, il perseguitato punta a mettersi al livello del persecutore.

Il terzo punto è quello del miglio “E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due”.

Perché un miglio? Wink cita la legge romana dell’Angaria (o Angheria) che obbligava qualunque suddito a portare messaggi o carichi su ordine romano. Nella loro praticità, i Romani avevano però limitato questo servizio nella distanza massima di un miglio. Anzi, se il soldato romano pretendeva che si superasse il miglio, rischiava di incorrere in una sanzione.

Allora Gesù dice al cristiano che, se veniva obbligato a fare un miglio (angaria) allora doveva farne due, di nuovo per riportare la parità, ossia significando “mi hai imposto un compito gravoso per un miglio? Io te lo faccio, liberamente, per due, ma tu stai rischiando una punizione per aver superato il limite previsto”. E di nuovo si ribadisce la lettura del brano come un’azione non violenta di contrasto al persecutore/occupante.

Tutte queste sono le interpretazioni di Wink, che possiamo sintetizzare come considerare “porgi l’altra guancia” alla stregua di un primo manuale di resistenza civile, 1800 anni prima di Thoreau e 1900 prima di Gandhi e Sharp.

E questa lettura può andar bene. Ma, a mio parere, non è sufficiente.

Cristo non era un sobillatore o un partigiano. Lo sappiamo bene. Lo sapeva benissimo Giuda che si ritrovò profondamente deluso nelle sue aspettative rivoluzionarie. Lo sapeva benissimo la folla che chiese la liberazione di Barabba (probabile nome di battaglia), capo di un commando partigiano che aveva fatto un attentato agli odiati occupanti (“sommossa e omicidio”) in prossimità della Pasqua.

Gesù non si è mai interessato di queste sciocche considerazioni di potere. Anzi, ha sempre chiarito bene cosa pensasse di quel Potere. E meglio di tutti lo ha chiarito satana nelle tentazioni (ma di questo parleremo un’altra volta).

Gesù ha dato la sua vita per salvarci, ma dai nostri peccati, non dalle tasse o dalle invasioni. Il suo fine ultimo è la salvezza di ogni essere umano. Salvezza pagata da Lui a caro prezzo.

Allora cerchiamo di andare oltre l’anarchismo cristiano di Tolstoj e la resistenza civile di Wink e passiamo a capire il senso vero, ultimo, che comprende anche gli altri, della parabola.

Gesù ci chiede, durante la persecuzione, di sfruttarla come ultima occasione per la conversione dell’altro. Non per farci ottenere un vantaggio (di schiaffi ne prendiamo due quando ce ne toccava uno, di vesti ne perdiamo tutte quando ne bastava una, di miglia ne facciamo due dove ne era necessario uno). No, nessun vantaggio, anzi, un carico maggiore, una croce doppia di quella che ci avrebbe assegnato il persecutore.

Gesù ci chiede, con la non violenza, di cercare la conversione del persecutore, di amarlo (sennò non faremmo per lui il doppio). Perché l’amore è la chiave di tutto. Come è ben specificato negli altri versetti del brano.

La persecuzione diviene, quindi, l’ultima occasione di conversione per chi abbiamo davanti, persecutore e semplici spettatori (complici) passivi.

In questo non possiamo dimenticare l’esempio di innumerevoli santi e non santi ma, fra tutti, vorremmo ricordare la figura del vescovo Francois-Xavier Nguyen Van Thuan, con pochi cenni alla sua storia, su cui scriveremo ancora in futuro.

Sbattuto in carcere per tredici anni, durante il periodo del governo comunista del Vietnam, amò i propri carcerieri al punto tale che li convertiva. Ad un certo punto dovevano cambiargli le guardie ogni settimana perché le convertiva. E, credetemi, le carceri vietnamite e i loro carcerieri non erano certo oasi di tolleranza e amore.

Eppure, Nguyen Van Thuan applicò il porgi l’altra guancia e sfruttò il periodo di carcere come un’occasione di conversione dei persecutori (e non solo).

E non fu, per lui, neanche l’ultima occasione, perché ne uscì vivo e continuò il suo apostolato fuori del Vietnam, che dovette lasciare.

Questo è il messaggio completo della parabola del “porgi l’altra guancia”: utilizzare la persecuzione come un’occasione per far incontrare Cristo agli altri. Rende noi perseguitati degni della salvezza offertaci da Cristo e dona al persecutore e agli spettatori la possibilità di incontrare Cristo.

E cosa c’è di più importante?

Concludiamo con un breve video tratto dal film “God’s not Dead”. Si tratta del brano in cui uno studente credente che, posto di fronte al dilemma di firmare un foglio con sopra scritto “Dio è morto” o dover rischiare la sua intera carriera universitaria dimostrando in tre incontri, contro il suo professore di filosofia, che Dio esiste, chiede aiuto ad un pastore della sua chiesa (il film si svolge in un contesto protestante).

Riflettiamo su quello che dice il pastore e sui brani del Vangelo che cita.

Perché la persecuzione è spesso l’ultima spiaggia dell’evangelizzazione ma, come ci insegna la storia dei martiri, è anche la più fruttuosa.

Quanto sei disposto a rischiare per difendere quello in cui credi?

Luca Lezzerini

Credits: Foto di frank mckenna su Unsplash

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