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DSC: la Via della Carità

Con questo post proseguiamo nella serie di articoli che trattano dei principi di base della dottrina sociale della Chiesa (DSC). Con questi scritti non si intende fare un’analisi dettagliata delle varie encicliche sociali né si vuole spiegare l’intera dottrina. Lo scopo di questa serie di post è fornire i principi fondamentali per poter poi comprendere sia le ragioni del distributismo, sia le modalità seguite nei vari casi di studio, primo tra tutti quello della Mondragón Corporation, ma non solo.

I contenuti di questa serie di post, di cui questo è l’ottavo, il penultimo, sono tratti dal “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa” nell’edizione 2005, seconda ristampa del 2016, della Libreria Editrice Vaticana. Il testo può essere acquistato in libreria o consultato liberamente sul Web al link del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.

In particolare, seguiremo i contenuti del capitolo quarto, intitolato “I Principi della Dottrina Sociale della Chiesa”.

Per il primo post di questa serie si veda a questo link.

In questo articolo parleremo dei valori fondamentali della vita sociale e della loro relazione con la Carità.

I numeri trattati in questo post vanno dal 204 al 208 del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.

Carità, nel senso cristiano, è un termine che, per essere compreso, richiede una spiegazione approfondita. Intanto, in Italiano, usiamo la parola “amore” per indicare un insieme di casi che, nell’antichità, avevano termini distinti. Carità (dal latino caritas) è uno di tali termini.

La definizione data dalla Treccani è eccellente da questo punto di vista:

L’amore che, secondo il concetto cristiano, unisce gli uomini con Dio e tra loro, attraverso Dio. Il termine latino caritas, che implica insieme l’idea di stima e di benevolenza, è stato preferito dagli scrittori cristiani ad amor, e quasi contrapposto a questo, come più preciso equivalente del greco ἀγάπη (contrapposto all’ἔρως). Per i cattolici, la c. è una delle tre virtù teologali, anzi, secondo s. Paolo, la maggiore di tutte: quella per cui gli uomini possono attuare il fondamentale precetto di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come sé stessi per amore di Dio. Si distingue pertanto dall’amore naturale di Dio come autore della nostra natura, in quanto è amore di amicizia soprannaturale tra Dio, che con la grazia santificante comunica la partecipazione alla sua vita intima, e l’uomo giusto, che ama Dio come autore della grazia, nonché tra gli uomini, che la grazia medesima rende figli adottivi di Dio.”.

Come si sarà notato, nei post precedenti sulla Dottrina Sociale della Chiesa, i riferimenti espliciti al Vangelo non sono stati poi molti. D’altronde il Compendio da cui siamo partiti è un testo che, specialmente nel capitolo quarto da cui abbiamo preso molto, è molto orientato agli aspetti pratici piuttosto che a quelli teologici. In questa parte finale del quarto capitolo, ritorna però in maniera esplicita l’aspetto cristiano, con un forte radicamento di tutto l’impianto della DSC nel concetto di Carità.

Vediamo quindi di seguire il testo punto per punto. Iniziamo con il 204: “Tra le virtù nel loro complesso, e in particolare tra virtù, valori sociali e carità, sussiste un profondo legame, che deve essere sempre più accuratamente riconosciuto. La carità, ristretta spesso all’ambito delle relazioni di prossimità, o limitata agli aspetti soltanto soggettivi dell’agire per l’altro, deve essere riconsiderata nella sua autentica valenza di criterio supremo e universale dell’intera etica sociale. Tra tutte le vie, anche quelle ricercate e percorse per affrontare le forme sempre nuove dell’attuale questione sociale, la «migliore di tutte» (1 Cor 12,31) è la via tracciata dalla carità.

Questo punto stabilisce il primato della Carità in qualsiasi discorso sull’etica sociale, oltre che il suo valore universale.

Che tale virtù (la Carità) sia la fonte di tutti valori della vita sociale è poi spiegato al successivo punto 205: “I valori della verità, della giustizia, della libertà nascono e si sviluppano dalla sorgente interiore della carità: la convivenza umana è ordinata, feconda di bene e rispondente alla dignità dell’uomo, quando si fonda sulla verità; si attua secondo giustizia, ossia nell’effettivo rispetto dei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; è attuata nella libertà che si addice alla dignità degli uomini, spinti dalla loro stessa natura razionale ad assumersi la responsabilità del proprio operare; è vivificata dall’amore, che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui e rende sempre più intense la comunione dei valori spirituali e la sollecitudine per le necessità materiali. Questi valori costituiscono dei pilastri dai quali riceve solidità e consistenza l’edificio del vivere e dell’operare: sono valori che determinano la qualità di ogni azione e istituzione sociale.

Come già anticipato nel post precedente, la giustizia è strettamente legata alla carità, come dettagliato al punto 206: “La carità presuppone e trascende la giustizia: quest’ultima «deve trovare il suo completamento nella carità». Se la giustizia è «di per sé idonea ad “arbitrare” tra gli uomini nella reciproca ripartizione dei beni oggettivi secondo l’equa misura, l’amore invece, e soltanto l’amore (anche quell’amore benigno, che chiamiamo “misericordia”), è capace di restituire l’uomo a se stesso». Non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia: «L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa… È stata appunto l’esperienza storica che, fra l’altro, ha portato a formulare l’asserzione: summum ius, summa iniuria». La giustizia, infatti, «in ogni sfera dei rapporti interumani, deve subire, per così dire, una notevole “correzione” da parte di quell’amore, il quale – come proclama San Paolo – “è paziente” e “benigno” o, in altre parole, porta in sé i caratteri dell’amore misericordioso, tanto essenziali per il Vangelo e per il cristianesimo».

La vita fra gli uomini in comunione fraterna e nella pace non può discendere dalle leggi, che in sé stesse non possono imporre tali comportamenti. Essa può discendere solo dalla carità, appunto, citando di nuovo la Treccani “L’amore che [..] unisce gli uomini con Dio e tra loro, attraverso Dio.

Questo concetto è precisato nel 207: “Nessuna legislazione, nessun sistema di regole o di pattuizioni riusciranno a persuadere uomini e popoli a vivere nell’unità, nella fraternità e nella pace, nessuna argomentazione potrà superare l’appello della carità. Soltanto la carità, nella sua qualità di «forma virtutum», può animare e plasmare l’agire sociale in direzione della pace nel contesto di un mondo sempre più complesso. Affinché tutto ciò avvenga, occorre però che si provveda a mostrare la carità non solo come ispiratrice dell’azione individuale, ma anche come forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici. In questa prospettiva la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce.

Infine, al 208, la carità viene vista come linea guida dell’intera comunità: “La carità sociale e politica non si esaurisce nei rapporti tra le persone, ma si dispiega nella rete in cui tali rapporti si inseriscono, che è appunto la comunità sociale e politica, e su questa interviene, mirando al bene possibile per la comunità nel suo insieme. Per tanti aspetti, il prossimo da amare si presenta «in società», così che amarlo realmente, sovvenire al suo bisogno o alla sua indigenza può voler dire qualcosa di diverso dal bene che gli si può volere sul piano puramente inter-individuale: amarlo sul piano sociale significa, a seconda delle situazioni, avvalersi delle mediazioni sociali per migliorare la sua vita oppure rimuovere i fattori sociali che causano la sua indigenza. È indubbiamente un atto di carità l’opera di misericordia con cui si risponde qui e ora ad un bisogno reale ed impellente del prossimo, ma è un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria, soprattutto quando questa diventa la situazione in cui si dibatte uno sterminato numero di persone e perfino interi popoli, situazione che assume, oggi, le proporzioni di una vera e propria questione sociale mondiale.

Conclusa questa parte, abbiamo completato la lettura del capitolo quarto. Rimane un ultimo punto da discutere che è la dignità della persona e a cui sarà dedicato il prossimo post.

Un sito di riferimento per questi temi è certamente l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan che vi invitiamo a visitare, essendo ricchissimo di spunti e altamente qualificato.

Credits: Photo by Jon Tyson on Unsplash

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