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Missa Caramuel: programma dell’evento

Riportiamo, per una maggiore facilità di consultazione, il programma dell’evento.

Il programma è consultabile sia in PDF sia in formato stampato durante l’esecuzione dell’evento.

Qui la locandina in formato JPG e in formato PDF.

La Missa “Caramuel” del maestro Luca Fabbri ha ricevuto l’approvazione della Diocesi di Vigevano “come musica religiosa, da eseguirsi nelle chiese sotto forma di Concerto/Elevazione spirituale”.

EVENTO MUSICALE IN PRIMA ASSOLUTA A PAVIA

Venerdì 26 settembre 2025 si terrà la prima mondiale dell’evento musicale “Missae Juan Caramuel y Lobkowitz a 5 voci su soggetto cavato” del compositore Luca Fabbri, una messa cantata per voci e strumenti che, sotto la direzione del Maestro Marco Berrini, verrà proposta come solenne celebrazione presso le basiliche di S. Pietro in Ciel d’Oro (alle 15:45) e di S. Teodoro (alle 21), in Pavia.

L’opera, che sarà accompagnata dalla proiezione multimediale delle opere pittoriche dell’artista Carina Aprile, nasce dal profondo desiderio dell’autore di ridare voce e attualità al linguaggio liturgico della Messa Tridentina, attraverso un percorso compositivo originale, che fonde la tradizione della polifonia rinascimentale con la sensibilità contemporanea. Si tratta di una composizione che mira a rendere viva e universale la parola sacra, ponendo la musica al servizio del messaggio spirituale, in uno stile che coniuga ricerca espressiva e rigore artistico.La “Messa Caramuel” è anche un omaggio alla figura del Vescovo Juan Caramuel y Lobkowitz, grande protagonista del XVII secolo e promotore della realizzazione della facciata della Cattedrale di Vigevano, la cui visione spirituale e architettonica continua ancora oggi a ispirare la cultura sacra.Nel 2026 si celebreranno 420 anni dalla nascita di questo straordinario personaggio. Nato a Madrid il 23 maggio 1606 da Lorenzo, nobile fiammingo, figlio di un ministro di Carlo V e da Caterina Frisse Lobkowitz, di origine boema, imparentata con la casa reale danese.Fin da bambino mostrò la straordinaria potenza del suo intelletto: a 11 anni pubblicò la prima opera, a 15 si laureò in filosofia, a 17 entrò nel Monastero della Spina dell’ordine dei Cistercensi. Fu insigne teologo, giurista, architetto, pittore, tipografo, musicista, astronomo,esperto di crittografia e codici, orologi solari, matematica e metametrica. Caramuel compitava su ogni argomento dello scibile umano, autore di oltre 70 opere, conoscitore di 24 lingue, tra cui il cinese. Ideatore di rebus e indovinelli, chiavistelli e chiusure per casseforti, scoprì il sistema binario circa 40 anni prima di Liebniz, contribuendo di fatto a gettare le prime basi dell’informatica.Nel 1682, all’età di 76 anni, morì compianto da tutti i popoli, tra i quali aveva peregrinato ed ai quali aveva profuso i suoi multiformi tesori di mente e di cuore, di arte e di fede.Per il suo alto profilo artistico e spirituale, la “Missa Caramuel”, che ha ricevutol’approvazione formale della Diocesi di Vigevano e il patrocinio del Comune di Pavia, si propone come momento di riflessione e di elevazione collettiva, nel solco della grandetradizione musicale europea.L’opera è concepita come evento celebrativo che unisce arte, fede e memoria storica, con un forte valore simbolico e culturale.L’evento è promosso dall’Associazione “Luces Veritatis” in collaborazione con l’Associazione “Sursum Corda” di Pavia.

L’ingresso è gratuito, ma è gradita una libera donazione come contributo per le spese sostenute.

E il Verbo Divino si fece Canto                                          

di GIOVANNI ACCIAI

Tempo e spazio sono le inevitabili forme della vita corporea e, insieme, dell’intelletto. Almeno qui, mente e corpo sono concordi, anche se la mente traduce spazio e tempo in inevitabili metafore.

A nessuno sfugge il destino che guida l’arte, suprema attività intellettuale: nelle epoche durante le quali il linguaggio è un sistema organico, l’arte predilige lo spazio come modello di configurazione, mentre nelle età di crisi o di ripensamento della tradizione, come quella attuale, essa preferisce distendersi nel tempo secondo il modello della memoria.

Qualcuno ha scritto che l’architettura, la scultura e la pittura immobilizzano lo spettacolo e lo separano nettamente dallo spettatore e persino dall’artista, così da proporre un «altro» mondo, mentre la musica, arte d’incantesimi e di suggestioni indicibili, penetra nel mondo stesso del soggetto ascoltatore e lo trasforma. È singolare che ciò avvenga proprio nella memoria dell’udito, affidata al tempo, e che proprio il tempo sia vinto così dalla musica.

In un’epoca capace di accogliere una cultura sistematica e organica, esiste un’immediata riconoscibilità nel rapporto che lega colui che crea con l’estetica del suo tempo; in un’epoca di crisi e di tradizione morente avviene il contrario e il rapporto fra l’artista e il mondo che lo circonda si fa problematico. È questo il caso dell’epoca che stiamo vivendo, divisa tra pericolose fughe in avanti di un’avanguardia talvolta estrema, arida, vuota di idee e di contenuti e tra gli altrettanto perigliosi balzi all’indietro di una retroguardia conservatrice e nostalgica, di semplicistico e riduttivo pensiero neo artigianale. Di questa crisi estetica e culturale la musica rappresenta la vera chiave di lettura; lo strumento interpretativo più efficace per dare una risposta ai mille interrogativi che si pongono di fronte a tanta confusione di idee e di orientamenti. Allora, non si fa fatica a comprendere quanto delicata (per non dire difficile) si faccia la posizione di quel musicista che intenda opporsi a ogni forma di schematismo ideologico e cerchi soltanto nella sua arte le ragioni delle sue scelte etiche ed estetiche. È questo il caso che ci offre la Missa «Juan Caramuel y Lobkowitz» di Luca Fabbri, la quale consente di cogliere a fondo i tratti peculiari della scrittura musicale e i fondamenti della poetica dell’autore.

Confesso di non conoscere per intero la produzione artistica di Luca Fabbri ma, se un’opinione posso esprimere su di essa, limitando la mia indagine a questa sua recentissima opera musicale, è questo: un senso di chiarezza e di sintesi unito a una straordinaria capacità di sfruttamento dei mezzi musicali impiegati e un’assoluta libertà di immaginazione. La sua musica, non v’è dubbio, è musica d’oggi, ma si avverte in essa un legame solido con il retaggio del passato. Vi si coglie con evidenza il senso di una modernità che non si alimenta alla pura enunciazione di sé stessa ma si nutre della rielaborazione personale di canoni compositivi indagati fin nelle pieghe più profonde della loro essenza. Ciò vale sia per la sperimentazione e l’applicazione

delle formule compositive sia per l’esplorazione delle possibilità tecnico-espressive dello strumento «voce». Questa innata vocazione al canto, questa predilezione per la voce che si sposa con la parola e, in questo caso, con la parola liturgica, è condotta sul filo di una riflessione strutturale e musicale che, nella sua eterogenea ricchezza, si lascia ricondurre sempre all’alveo di un’esperienza che trae la sua linfa ispirativa dai modelli dell’antica melopea gregoriana e della polifonia rinascimentale. Nella musica di Fabbri si evidenzia la forza di un contrappunto rigoroso che affonda le sue radici nella sapienza storica dei grandi compositori della polifonia rinascimentale (la pratica di ricavare la trama motivica da «soggetti cavati» ne è vivida quanto eloquente testimonianza) e di una condizione melodica che si incontrano in una definizione formale e soprattutto espressiva, nella quale il magistero degli antichi maestri è una presenza di cultura profondamente acquisita ed operante in una proiezione attuale e non un ricordo compiaciuto o una citazione erudita da nota a piè di pagina.

Queste considerazioni non devono però essere fraintese. Non devono in alcun modo far pensare alla musica di Luca Fabbri come a un sofisticato esercizio intellettuale. Al contrario, imbrigliati e trasfigurati nell’elaborazione formale, sono il temperamento vigoroso e l’irrefrenabile vitalità intellettuale di un uomo che vive intensamente l’arte, e quella al servizio della parola di Dio in modo particolare, come esigenza primaria dell’essere  e  non  come  sua  narcisistica  ostentazione.  La  parola,  dunque, il Verbum divino che si fa canto, è l’elemento propulsivo della fantasia creativa di Fabbri, il pungolo che stimola di continuo la sua fervida invenzione. Siano le diafane sonorità delle protopolifonie medievali che echeggiano nel Motetto per il Gloria oppure le più complesse costruzioni polimodali affidate al Gloria e al Credo (soltanto per citare due esempi emblematici), il risultato estetico che se ne trae è sempre una musica che si fissa e si libra in uno spazio che spinge in avanti, ma che costringe anche a volgersi indietro, a interrogare il passato, inteso non come reliquia della memoria ma come fonte ispirativa per la realtà musicale del presente.

Una musica, quella racchiusa nella Missa «Juan Caramuel y Lobkowitz», difficile da classificare e da contestualizzare in una precisa categoria stilistica, proprio perché collocata in un favoloso, mitico tempo, né passato né futuro, sospesa in una dimensione di straordinaria ampiezza lirica ed emotiva, che poi, a ben vedere, non è altro che la testimonianza della cifra stilistica personale di Luca Fabbri, libera da qualsivoglia demarcazione di tempo e di spazio.

Perché musicare oggi la Messa sul testo Tridentino                    

di LUCA FABBRI

Comporre oggi musica sacra è espressione della mia volontà di mostrare l’esistenza di una tensione artistica verso la mia spiritualità, esprimerla è esprimere me stesso, la mia anima e il mio mondo interiore permettendomi di farne umilmente dono a Dio. Questo non mi autorizza a rifugiarmi in un ghetto espressivo, in una “turris eburnea” in cui isolarsi e guardare il mondo dall’alto sperando di riceverne un gesto di comprensione, mi obbliga anzi (pur usando mezzi e tecniche musicali complesse) a comunicare le profonde emozioni che le sacre scritture suscitano nella mia lettura.

Premesso che la musica sacra, così come la conosciamo nella tradizione, deve possedere tre caratteristiche: essere santa, essere arte vera ed essere universale (rif. Motu Proprio “Tra le sollecitudini” del Papa San Pio X) nel mio vivere la contemporaneità ho sentito l’esigenza di ritrovare queste tre caratteristiche al fine di poter, pure nella novità, riportare la musica sacra alla sua funzione espressiva originale.

Essere santa: il testo Tridentino preconciliare è per me il punto di riferimento nella storia della musica sacra ed è dunque il fulcro dell’opera. Ho deciso però che ogni singolo brano della Messa Tridentina sia preceduto da un testo in lingua volgare (italiano) con funzione dialogante rispetto al testo originale in modo che si realizzi un confronto ed una interazione tra due modalità linguistiche, una arcaica ed una contemporanea, il cui fine rimane ed è quello di Lodare il Signore. La Missa “Caramuel” vuole essere anche una Messa celebrativa che ricava il suo materiale espressivo dal nome del Vescovo e dagli elementi architettonici della facciata del Duomo di Vigevano. Il Vescovo di Vigevano Juan Caramuel y Lobkowitz è di vitale importanza per la Città di Vigevano debitrice alla sua persona che nel XVII secolo rese famosa la città donando alla Piazza Ducale (di ispirazione leonardesca) un contenuto architettonico spirituale: la facciata della Cattedrale, che non ha eguali nel mondo.

Essere arte vera: credo oggi giorno la musica condotta con sapienza ed attenzione rispettosa della parola o come meglio affermava Monteverdi “la musica schiava della parola” possa ancora avere la forza di rendere vive e attuali le Sacre Scritture e nel nostro caso anche il testo contemporaneo permettendo così ai suoni di tramutarsi in emozione. Il Novecento ha avuto il pregio e il difetto di porre la ricerca alla base dei nuovi linguaggi, ma purtroppo la ricerca ad oggi continua a rimanere una ricerca che pare non abbia ancora concluso il suo percorso, se non nella reiterazione di sè stessa. Partire da un percorso storicizzato quale la tecnica contrappuntistica e provare a reinventare attraverso una “non armonia” armonica, un sistema che contenga tutti gli elementi retorici della comunicazione, è stata la mia sfida.

Essere universale: la musica è il linguaggio universale per eccellenza, l’unico linguaggio che travalica il confine della lingua madre per poter comunicare, anche con  chi non condivide la medesima, il significato profondo della parola originaria.

La Città Ideale, spazio dell’anima”                                           di CARINA APRILE

Il progetto di videoarte “La Città Ideale, spazio dell’anima” nasce dalla mia identità italo-argentina ritrovata nella magica e misteriosa città di Vigevano. La musica di Luca Fabbri “Amor Precis” crea una colonna sonora ideale per rappresentare il mio pensiero ed i miei sentimenti. Così come il brano musicale elimina volutamente le frequenze basse, vale a dire quelle che fanno “vibrare la pancia” permettendo così alla testa di risuonare liberandosi dal peso del corpo, le mie immagini seguono un percorso immaginifico della Piazza Ducale dove la facciata del Duomo si svela illuminata dai fuochi d’artificio, conducendo lo spettatore in un percorso spirituale. L’Argentina che porto nell’anima si rappresenta nei colori, nelle linee e nei cerchi del “Tapiz Infinito” come rappresentazione degli opposti: trama e ordito come energie vitali, maschile e femminile come complementari dell’universo che ci circonda si incontrano in un punto di equilibrio; unità metafisica originale che contiene i quattro elementi: Terra e Aria, Acqua e Fuoco non antitesi ma come dualismi armonici generatori della vita. La tecnica che utilizzo come tramite per realizzare tale progetto è finalizzata a dimostrare l’idea creativa trainante, forte del mio orecchio assoluto che mi obbliga all’associazione sinestetica suono-colore. Le immagini tratte dai miei quadri “Città Ideale”, “Feux d’Artifice”, “Capodanno a Vigevano”, “Sifr” appaiono alternandosi in un divenire ipnotico finalizzato a portare il fruitore a vivere all’unisono le mie immagini pittoriche e il suono di Luca Fabbri in un’eterea vibrazione celeste.

Videoarte:

“La Città Ideale, spazio dell’anima”

Il desiderio di coniugare la musica con le arti visive ha radici profonde nella storia del linguaggio musicale occidentale. Non sempre, però, gli esiti sono stati esaltanti. Le performance di Carina Aprile e Luca Fabbri mi sembrano invece animate da un’energia estetica e da una solidità di pensiero musicale che attraggono all’istante e lasciano il segno in colui che partecipa a questo mirabile connubio fra immagine e suono…”   GIOVANNI ACCIAI

“…Carina Aprile nasce musicista, non per passatempo, ma per autentica scelta professionale. E nasce Argentina, il che pone ulteriormente la musica alla radice della sua visione del mondo, la musica e quella curiosa valenza espressiva ch’è tipica della cultura moderna del Sur anche nelle arti visive…”   PHILIPPE DAVERIO

Luca Fabbri

Nasce a Milano dove studia pianoforte con Sonia Krukunietz ed al Conservatorio “Giuseppe Verdi” Composizione con Bruno Zanolini, Musicologia, Musica Gregoriana e Rinascimentale con Giovanni Acciai, Composizione Elettronica con Riccardo Bianchini. A 14 anni tiene il suo primo concerto pubblico eseguendo musiche proprie e di J. S. Bach. Le sue composizioni musicali si basano su una ricerca sonora che utilizza come matrice la creazione del suono ed il suo successivo inserimento in strutture formali che si sviluppano a partire dai medesimi elementi sonori, adottando come matrice espressiva gli elementi retorici ed arcaici del canto gregoriano. Crede conseguentemente che la forma debba sempre cercare nuovi contorni per permettere alle idee di proporsi nel loro habitat originario.

Nel 1991 il suo CD “Il Dono Magico” viene accolto dalla critica con parole quali “…pone le basi per una nuova visione della musica del XXI secolo”. Dal 1996 collabora con l’artista intermediale italo-argentina Carina Aprile creando musiche che vengono da lei eseguite in prima assoluta, come solista al pianoforte e in diverse formazioni. Inoltre si esibisce con lei in duo, a 4 mani, pianoforte e violino, 2 pianoforti, sintetizzatori e violino elettrico. Da questa collaborazione nasce un’intesa che crea un’inscindibile sinergia tra la musica di Luca Fabbri e l’arte visiva in movimento di Carina Aprile. Nel 1998 fonda il gruppo musicale “Experimental Emotion”-“Il suono nasce e si sviluppa attraverso l’improvvisazione ricreandone l’emozione” che si avvale della collaborazione di Carina Aprile (immagini in movimento, pianoforte e violino elettrico) e Andrea Confalonieri (batteria acustica e percussioni elettroniche). L’idea nasce dalla possibilità di evocare, ritrovare il suono originario: “Urklang”. Con Experimental Emotion nasce un nuovo percorso che darà vita a concerti multimediali tramite la interazione interdipendente fra musica e immagini.

Nel 2023 è stato invitato assieme a Carina Aprile a tenere seminari sul linguaggio intermediale come modalità creativa dell’opera tra i quali “Arte e Libertà, la follia dell’ibridazione” presso l’Università Bicocca nel 2023. Attualmente sta portando avanti progetti didattici di formazione LCME | University of West London.

Sue musiche sono state commissionate ed eseguite presso vari enti fra cui si annoverano: Teatro alla Scala di Milano, Museo di Storia Naturale di Milano per la celebrazione del 160°anniversario, Mu.Ba. presso la Triennale di Milano.

Biografia completa: www.lucafabbri.it

Carina Aprile

Artista intermediale, pittrice e concertista, trascende le barriere dell’arte generando opere multimediali. Nata nel 1977 a Paraná in Argentina “enfant prodige”, espone dal 1980 in prestigiose sedi e in seguito partecipa in mostre collettive sia in Italia che all’estero ottenendo riconoscimenti internazionali tra i quali il 1°Premio tra 400.000 partecipanti indetto dall’Accademia delle Belle Arti Sovietica in occasione dell’Anno Internazionale della Pace nel 1987. A sei anni è ammessa per meriti al Conservatorio “C. Carminio”dove studia pianoforte e violino ottenendo la Lode. In seguito ottiene la Laurea Magistrale al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano e segue il corso di alto perfezionamento in pianoforte con il M. Boris Petrusciansky presso “Accademia Ducale” di Genova.

Parallelamente alla sua attività pianistica, dal 1990 crea una ricerca sinestetica basata sulla traduzione pittorica della frequenza sonora e delle forme musicali tramite il suo orecchio assoluto, con il quale identifica ogni suono con un colore, realizzando opere pittoriche in movimento. Il suo percorso artistico le viene riconosciuto dal grande artista plastico argentino Carlos Asiaín, invitandola a realizzare l’evento “La pintura y la musica” presso il Museo Provincial de Artesanías di Entre Ríos, oggi a lui dedicato. Dal 1996 collabora con il compositore Luca Fabbri eseguendo le sue musiche in diverse formazioni e trasforma le sue composizioni in immagini pittoriche creando opere di videoarte, tra le quali: 2012 “La Città Ideale, spazio dell’anima” e “Tango y Ritmo”, 2015 “Dies Lacrymorum” premiata alla Triennale di Verona. Suoi progetti pittorici multimediali sono stati patrocinati da istituzioni argentine e italiane, tra i quali: 2001 “La Casa Tomada”, realizzato con il contributo della Provincia di Milano sotto l’Alto patronato della Regione Lombardia; 2010 “L’Anima del Tango” evento internazionale in occasione del Bicentenario della Repubblica Argentina, con catalogo a cura di Philippe Daverio. Nel 2011 è invitata personalmente da Vittorio Sgarbi alla Biennale di Venezia. Ha pubblicato e curato la grafica artistica di libri e cataloghi tra i quali “Biennale della Fotografia Italiana anno 0” 2015. Nello stesso anno è stata conferita la Stella al Merito Sociale alla sua carriera d’artista intermediale.

Nel maggio 2016 la sua opera pittorica “La Clessidra del Tempo”è scelta come copertina dello Speciale Orologi del Corriere della Sera.

È stata inviata assieme a Luca Fabbri a tenere seminari sul “linguaggio intermediale come modalità creativa dell’opera” tra i quali “Arte e Libertà, la follia dell’ibridazione” presso l’Università Bicocca nel 2023. Attualmente sta portando avanti progetti didattici di formazione LCME | University of West London.

Sue opere si trovano in numerosi libri e cataloghi d’arte e formano parte di importanti collezioni private.

Biografia completa: www.carinaaprile.it

Marco Berrini

Direttore di coro, d’orchestra e didatta tra i più attivi oggi, sia in Italia che all’estero. È docente di Direzione di coro e Composizione corale presso il Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto (TV).

È fondatore del complesso vocale professionale Ars Cantica Choir & Consort con cui collabora con prestigiosi complessi strumentali (Il Giardino Armonico, Accademia dell’Annunciata, Accademia degli Astrusi, FORM – Filarmonica Marchigiana).

Ha iniziato la sua attività professionale come maestro sostituto direttore del Coro da Camera della Rai di Roma e ha successivamente collaborato con i teatri di Malaga, Siviglia, Genova e con l’orchestra e il coro della Comunità di Madrid.

Ha diretto in Spagna, Medio Oriente, Estonia, Sud America, dove è stato anche direttore ospite del Coro Nazionale Giovanile Argentino e del Coro del Teatro Municipale di Córdoba.

Dal 2009 è direttore ospite del Vocalia Consort di Roma, di cui ha assunto la direzione artistica dal 2015, con il quale ha vinto il primo premio in competizioni nazionali e internazionali.

Dal 2017 dirige il coro dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia, promotore del progetto europeo Meets dedicato alle soft-skills dell’educazione musicale, (http://meetsproject.eu/goals/).

Dal 2020 dirige il Coro dell’Università Statale di Milano.

Già membro della commissione artistica nazionale di Feniarco (Federazione Nazionale Italiana Associazioni Regionali Corali), è stato direttore del Coro Giovanile Italiano.

Ha curato edizioni musicali per BMM, Carrara, Carisch, Discantica, Rugginenti, Suvini Zerboni.

Ars Cantica Choir

Fondato nel 1988 a Milano e, oggi, formato da cantanti professionisti, Ars Cantica Choir si è imposto fin dagli esordi all’attenzione di pubblico e critica per la sua versatilità, che rende questa formazione corale capace di accostarsi alle diverse epoche musicali nel pieno rispetto dello stile e della prassi esecutiva propri di ognuna di esse, dal Rinascimento ai giorni nostri.

Il suo fondatore e direttore stabile è Marco Berrini.

Già vincitore del Primo Premio in numerosi concorsi corali nazionali, nell’agosto 2003 il Coro ha conseguito ad Arezzo un’entusiasmante serie di premi: Primo Premio assoluto al 51°Concorso Corale Internazionale “Guido d’Arezzo”, il Gran Prix “Città di Arezzo” assegnato al miglior coro nell’ambito del medesimo concorso (primo coro italiano a ricevere questo riconoscimento negli ultimi trent’anni) nonché il Primo Premio assoluto al 20°Concorso Corale Nazionale “Guido d’Arezzo”.

Negli anni è stata costante la collaborazione col Festival Internazionale “Settimane Musicali” di Stresa (VB) , (direttore artistico M°Gianandrea Noseda) e il sodalizio discografico con la casa discografica Naxos per la quale ha inciso gli ultimi CD in collaborazione con il pianista Alessandro Marangoni (Mozart, Requiem, Rossini, Péchés de vieillese). Fra le ultime collaborazioni si annovera quella con il Giardino Armonico (Giovanni Antonini, direttore) per la realizzazione della Rappresentazione di Anima e Corpo di Emilio de’ Cavalieri per l’International Festival Wratislavia Cantans.

Riccardo Doni

Diplomatosi in organo e composizione organistica con Lorenzo Ghielmi, Riccardo Doni si è perfezionato in organo e clavicembalo a Basilea con Jean-Claude Zehnder.

Sono circa 3000 finora i concerti realizzati in veste sia di solista sia di accompagnatore, con ensemble prestigiosi – in primis Il Giardino Armonico di Giovanni Antonini, con cui collabora da trent’anni – e con solisti di fama internazionale.

Dal 2002 suona con l’ensemble Imaginarium di Enrico Onofri e dal 2008 si esibisce in duo con Giuliano Carmignola.

Dal 2011 al 2024 ha diretto l’Accademia dell’Annunciata, orchestra specializzata nel repertorio barocco e classico eseguito con strumenti originali. L’ensemble collabora assiduamente con Mario Brunello e Giuliano Carmignola, con cui vanta un’intensa attività discografica e concertistica in Italia e in Europa. È stato docente di basso continuo presso il Conservatorio Arrigo Boito di Parma.

Riflessioni sull’Opera

di Luca Lezzerini, Presidente di “Luces Veritatis”

Quest’opera è al tempo stesso un evento culturale quanto uno spunto di riflessione religiosa. È un’occasione per approfondire, partendo dalla musica e dal canto, il proprio percorso verso il personale incontro con Dio che caratterizza la vita di ciascuno.

Stante un innato “senso religioso” in ogni persona (D. Giussani), l’Opera di Luca Fabbri ci riporta, attraverso i mottetti, ad un percorso di incontro con Dio che scorre parallelo alle parole della liturgia, memoriale del Sommo Sacrificio di Cristo.

Personalmente, ho trovato tali mottetti molto illuminanti e vorrei condividere con voi delle riflessioni in merito.

Il primo mottetto, quello per il Kyrie, richiama la sequenza di Genesi 1, dove Dio crea prima la materia, poi le piante e gli animali e, infine, l’uomo. Uomo che però ha un corpo che nasce dalla polvere e che polvere ritornerà un giorno. Ma la sua anima, invece, rimarrà “sempre giovane”, goccia che mantiene la sua individualità in quella che il Credo chiama “Comunione dei Santi”.

Qui mi viene in mente la frase di Chiara Corbella Petrillo “Siamo nati e non moriremo mai più.”.

Ciascuno di noi, consapevole della profonda verità di questa affermazione, sa di essere una semiretta che parte dal concepimento e si dirige dritta verso l’infinito di Dio. In questo, ogni genitore è partecipe della creazione, a immagine e somiglianza del suo Creatore, secondo il Suo progetto. Ogni genitore dona, a ciascun figlio che concepisce, la vita eterna e la libertà.

Il mottetto per il Gloria è, giustamente, un immenso inno al Creatore attraverso la bellezza del Creato.

Satana fu “vinto dalla bellezza della creazione” in senso simbolico e teologico, indicando che il suo orgoglio e la sua ribellione furono spezzati davanti all’armonia, bontà e perfezione che Dio manifestò nel creare il mondo e soprattutto nell’incarnazione della natura umana. La bellezza della creazione diventa segno della vittoria di Dio, della bontà originale e della promessa di salvezza, di fronte al Male che Satana rappresenta.

Secondo la teologia, Lucifero (cioè Satana) volle essere come Dio, ma Dio mostrò che solo Lui offre la vera beatitudine attraverso la creazione, specie quella dell’uomo. La bellezza e l’ordine del creato sono la dimostrazione che ogni cosa buona viene da Dio, non da chi si pone contro Dio.

La teologia cristiana interpreta, quindi, la bellezza del creato come “segno visibile” della presenza di Dio e come risposta alla tentazione e ribellione di Satana. Satana voleva imporre il suo regno di caos, ma l’armonia, la luce e la bontà del creato rappresentano la sua sconfitta: l’uomo e la natura continuano a testimoniare il disegno di Dio.

Spiegare che Satana è vinto dalla bellezza della creazione significa trasmettere il concetto che il Bene, la Verità e l’Armonia sono superiori al Male: la creazione riflette la gloria divina, respinge la menzogna e il disordine, e ricorda che Dio ha sempre la vittoria finale su ogni forma di ribellione. La bellezza della creazione “disarma” Satana perché manifesta ciò che egli non può imitare autenticamente: l’amore e la perfezione di Dio.

E la bellezza del creato culmina nell’Incarnazione di Cristo che con la sua Missione, con la sua Passione e la sua Resurrezione aggiunge, ancora una volta e per sempre, bellezza al creato. Il Creatore che vuole farsi creatura per salvare tutte le creature significa che, ancora una volta, l’Antico Avversario è sconfitto attraverso il Creato.

E la musica e il canto sacri sono di tutto ciò una metafora, di armonia, di bellezza e di verità.

Il mottetto per il Credo richiama echi del Libro dei Salmi, in particolare dei salmi 42 e 63 (ma non solo). E il Libro dei Salmi è proprio un libro di preghiera poetica, destinata ad essere cantata e proclamata. È di nuovo un richiamo alla musica, scritto dal Re per il suo Popolo, perché il Popolo potesse pregare Dio attraverso la musica e il canto. Parola sacra che diviene musica e lode a Dio.

Il mottetto, come nei salmi citati, descrive la ricerca di Dio. L’uomo che si fa mendicante di Dio e Dio che si fa mendicante del cuore dell’uomo (D. Giussani).

In questo mottetto si respira tutta l’aria di quell’affannosa ricerca di Dio che, partendo dal nostro innato senso religioso, ci spinge verso Dio, seppur nel rispetto del nostro libero arbitrio.

“Dio non sfonda le porte del libero volere. Una sveglia vi può svegliare al mattino, ma non può farvi alzare dal letto. Così pure la Grazia di Dio aiuta, dirige, perfeziona le nostre azioni umane; ma a condizione che noi liberamente vi cooperiamo”. (Ven. Fulton John Sheen)

Secondo Giussani, l’uomo è costitutivamente mendicante perché è creato con un desiderio infinito che nulla di finito può saziare. Come afferma nel suo insegnamento: “Siamo mendicanti affamati di infinito”. L’uomo porta in sé una fame assillante, struggente di vita, di infinito, di una vita infinitamente felice, sconfinata, immortale.

Questa mendicanza non è una condizione di miseria, ma la dignità stessa dell’essere umano, che lo distingue da tutte le altre creature. È il segno del rapporto diretto che ogni persona ha con l’Infinito. Come scrive Giussani: “L’io è quel livello della natura in cui essa prende coscienza della dipendenza che la costituisce”.

L’aspetto più sorprendente e rivoluzionario dell’intuizione giussaniana è che Cristo stesso è mendicante. Dio, nell’Incarnazione, si è reso bisognoso dell’uomo perché lo ha creato libero e, soprattutto, perché si è fatto uomo, si è reso storia.

Cristo “mendica” il cuore dell’uomo non per un suo limite, ma per amore: è la passione infinita di Dio per ogni singola persona umana. Come osserva Giussani: “Solo Cristo si prende a cuore tutta la mia umanità”. Questa mendicanza divina si manifesta nella misericordia di Dio, che sfonda ogni immagine umana e rappresenta “l’abbraccio ultimo del Mistero”.

In questo mottetto ho ritrovato appieno quel sentimento di bisogno che D. Giussani descrive proprio con la figura del “mendicante”.

Infine, l’ultimo brano è quello dell’Agnus Dei e del Sanctus. Il testo è un profluvio di citazioni bibliche e sviluppa una mistica della luce e della santità che intreccia temi veterotestamentari (la santità di Dio, la sua gloria che riempie la terra) con la cristologia giovannea (Cristo luce del mondo, buon pastore).

La progressione “da agnello a pastore” richiama il percorso spirituale cristiano dall’essere guidati al diventare guide sotto la luce di Cristo.

Il brano ci chiama, dopo la conversione a Cristo, a diventare suoi imitatori per portare il Suo Vangelo a tutte le genti.

E come con la frase “Ite missa est” non si indicava un congedo al termine dalla S. Messa ma un invio in missione, un passaggio dalla celebrazione alla testimonianza, così il testo richiama il credente a compiere il progetto che Dio gli ha affidato, nel “metro di trincea” (Costanza Miriano) che gli ha assegnato e a farlo confidando che tutto è opera di Dio, a cui nulla è impossibile.

In conclusione, ringrazio il Maestro Luca Fabbri per averci guidato, lungo tutta l’Opera, da Genesi 1 fino alla missione quotidiana a cui ciascun cristiano è chiamato, ogni giorno della sua vita, in un crescendo di ricerca di Dio e di crescita nella Fede.

“L’unico argomento che abbiamo ancora oggi per convincere gli altri è la santità. Il mondo ha ascoltato ogni altro argomento ed è pronto a respingerlo, tranne uno, la santità.” (Ven. Fulton John Sheen)

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