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Per chi suona la campana sepolta

La prima volta che sono entrato nel cimitero di Scutari (Shkodër) nel nord dell’Albania, la mia guida mi ha subito portato a vedere la tomba di un sacerdote cattolico. Appena si entra si gira subito a destra e la seconda tomba, di nuovo a destra, è quella di Dom Simon Jubani. La tomba è stata di recente restaurata ad opera di volontari ed è visibile nelle foto associate a questo post.

Dom Simon Jubani (Scutari, 8 marzo 1927 – 12 luglio 2011) è stato un sacerdote cattolico imprigionato e perseguitato dal regime comunista che lo ha rinchiuso in carcere per 26 anni.

Suo fratello, anch’egli sacerdote, Dom Lazrin, è stato avvelenato dai Servizi Segreti albanesi (Sigurimi) nel 1982 mediante arsenico.

Dom Simon Jubani è stato il primo sacerdote a celebrare una messa in Albania dopo decenni di persecuzioni.

Nato a Scutari il 5 marzo 1927, frequentò la Scuola Apostolica dei Gesuiti ma, nel 1946, quando il regime comunista dispose la chiusura di tutte le scuole cattoliche, dovette passare al Liceo Statale. Terminati gli studi, si trasferì a Tirana per seguire un corso di tecnico radiologico.

Dopo aver lavorato per un periodo nell’ospedale militare della capitale, fu mobilitato nell’esercito per la leva obbligatoria. Terminati i tre anni di servizio militare, tornò a Scutari, dove si presentò a monsignor Ernest Çoba pregandolo di ordinarlo sacerdote. Mons. Çoba ritenne più prudente che mantenesse un profilo basso e gli consigliò di aspettare, continuando a lavorare come radiologo ma, stavolta, presso il sanatorio di Scutari.

Tra il 1957 e il 1958 ricevete l’ordinazione sacerdotale e fu inviato come parroco a Mirëdita, dove fu arrestato e incarcerato per 26 anni.

In conseguenza della perestrojka, fu rilasciato il 13 aprile 1989, insieme ad altri sacerdoti e il 4 novembre 1990 celebrò la prima messa pubblica, nella cappella bruciata del cimitero di Rrëmaj, alla presenza di 200-300 fedeli. In tale occasione, grazie a due fedeli che avevano nascosto la campana della chiesa seppellendola nel loro giardino, chiamò a raccolta il popolo facendo suonare la campana, suono che, da decenni, era scomparso dall’Albania. Si può facilmente immaginare l’emozione dei cristiani di Scutari che, dopo tantissimo tempo, udivano di nuovo il gaio scampanio, che annunciava la S. Messa.  

Ancora nel mese di novembre, una settimana dopo, il giorno 11, di nuovo nella cappella Rrëmaj, sempre annunciato dallo scampanio, celebrò la seconda messa pubblica dell’Albania post-comunista, questa volta con un’omelia ben preparata con cui ha rotto un silenzio che durava da 24 anni e di cui daremo una traduzione in un prossimo post. A questa messa parteciparono oltre cinquantamila persone.

L’11 luglio 1992 l’Università di San Francisco in California gli ha conferito la laurea “Doctor Honoris Causa” in discipline umanistiche. Nel luglio 1996, lo stato del Michigan lo ha onorato con una laurea speciale.

È deceduto il 12 luglio 2011, nell’ospedale della città di Scutari.

A noi, cristiani del 2023, che a malapena sappiamo che di S. Antonio “famosi” ce ne sono due, figure come Dom Jubani possono sembrare remote. Se fossi passato vicino alla sua tomba senza avere la guida che mi traduceva il lungo testo scritto, in oro su marmo nero, in un albanese “strano”, senza parlare del giovane di Scutari che conosceva tutti i dettagli della vita del sacerdote, quella tomba in un marmo scadente e, in gran parte, in un calcestruzzo grossolano, mi sarebbe completamente sfuggita.

Ora, quando capito a Scutari, passo sempre a pregare sulla tomba di quest’uomo, che non è santo, beato, venerabile e, credo, neanche servo di Dio, ma è solo un sacerdote, sconosciuto, che per ventisei, V-E-N-T-I-S-E-I lunghi anni, al pari di tanti altri cristiani del suo periodo, è rimasto rinchiuso in una prigione che a stento oggi riusciamo immaginare.

In questa lunga persecuzione, separato dal fratello in modo che nessuno dei due potesse conoscere la sorte dell’altro, Dom Jubani ha mantenuto la sua fede intatta. Anzi, probabilmente l’ha vista crescere. E come è stato liberato, subito è corso a ringraziare Dio nell’unico “sacrificio perfetto a Te gradito”, celebrando una S. Messa tra i resti della cappella del cimitero, cimitero sopravvissuto miracolosamente alla furia distruttrice del tiranno Enver Hoxha, che aveva invece devastato quasi tutti gli altri.

Il regime comunista albanese è stato un regime folle, a due passi da casa nostra, diretto da un folle sanguinario, che ha rinchiuso tantissime persone in carcere per decenni. Molti altri, invece, sono stati uccisi, spesso dopo atroci torture.

Ogni volta che vado lì, sento un’emozione crescermi dentro, ripensando a Dom Simon che passa un terzo della sua vita dietro le sbarre, al fratello, anch’esso incarcerato e poi avvelenato, ed entrambi perché sacerdoti cattolici. Ed entrambi senza abiurare al loro credo. Sarebbe stato semplice per loro, bastava rinnegare e si sarebbero “salvati”. Ma sarebbe stata una salvezza effimera. La salvezza, quella vera, ne sono certo, Dom Simon e Dom Lazrin, l’hanno raggiunta in Cielo.

E credo che la loro memoria, come quella di tanti altri santi ufficiali, sia per noi un grandissimo aiuto nel capire di che pasta siamo fatti, se ci affidiamo a Dio.

Farsi ventisei anni di carcere per non voler mai, neanche una volta, sputare su un crocefisso significa che la loro fede era forte e che veramente lo Spirito Santo agiva in loro.

Custodire una campana, sepolta nel proprio giardino, per decenni, è segno di una Speranza che va oltre la dimensione umana e si fonda su una fede tanto semplice ed essenziale quanto inossidabile.

Tremare di gioia al suono di quella campana che, dopo decenni, annuncia che, ancora una volta, Cristo ha vinto la morte, deve essere stata un’esperienza unica.

La campana sepolta

Quella campana sepolta è stata, contemporaneamente, segno di saggezza, segno di speranza, segno di perseveranza, segno di umiltà, segno di coraggio.

Segno di saggezza, perché significa che i cristiani avevano capito che si preannunciavano tempi di persecuzione, e quindi si preoccuparono, “prudenti come i serpenti”, di nascondere la campana affinché non venisse distrutta.

Segno di speranza, perchè significa che i cristiani, seppur consci della gravità della situazione, sapevano che un domani le cose sarebbero tornate al loro posto, e che quella campana sarebbe di nuovo servita.

Segno di perseveranza, perché quei fedeli rimasero decenni con la campana in giardino, custodendola segretamente ma incessantemente. Non conosciamo la storia esatta di quella campana (ma nella prossima visita a Scutari chiederemo ulteriori dettagli) ma sappiamo che dopo tanti anni era perfettamente funzionante, una volta installata di nuovo.

Segno di umiltà, perché la campana è stata un mero strumento di richiamo per ricondurre le persone a Cristo. Una piccola matita, come direbbe Madre Teresa di Calcutta.

Segno di coraggio, perché le persone che la issarono e la fecero risuonare sapevano di stare correndo un rischio (e infatti, ci raccontano i testimoni, la prima messa pubblica si concluse con un nuovo arresto di Dom Simon Jubani). Ma una lanterna non può essere messa sotto il moggio …

Quella campana sepolta ci ricorda come dovremmo essere.

Saggi, agendo in funzione dei tempi e dei rischi che corriamo.

Pieni di Speranza, perché di essa in noi siamo continuamente chiamati a render conto.

Perseveranti nella nostra missione, anche se richiederà decenni. Soprattutto se richiederà decenni.

Umili, perchè la consapevolezza che siamo solo servi inutili, solo strumenti della volontà di Dio, ci deve continuamente guidare, rifuggendo l’orgoglio, la presunzione e tante altre tentazioni che vanificherebbero la nostra vocazione di portatori di Cristo agli altri.

Coraggiosi, perchè non dobbiamo avere paura di chi può uccidere il corpo ma solo di Colui che può uccidere l’anima. Come, infatti, ci ricorda Gesù in Mt 10,26-33:

26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Ma coraggiosi significa anche che non abbiamo paura della complessità della nostra missione, che non abbiamo paura che le cose da fare siano tante, che ci siano tanti potenziali ostacoli, che ci vorranno decenni, perché Dio non ci abbandonerà e ci guiderà verso di Lui e ci aiuterà in tutti i momenti in cui ne avremo bisogno, anche nel martirio, se dovesse accadere.

La lista dei martiri albanesi è molto lunga, come quelli cinesi, giapponesi, coreani e di tantissime altre nazioni. Sono stati martiri recenti, del secolo scorso, ma ancora oggi ne troviamo in tante nazioni dove la Chiesa è perseguitata.

Eravamo così. Così eravamo. E credo che lo siamo ancora. Anche grazie all’esempio di uomini e donne come noi che, ogni giorno, hanno vissuto la loro fede nella quotidianità, semplice o folle che fosse, difendendo e custodendo il metro di trincea loro assegnato.

Così eravamo. Così siamo, se veramente lo vorremo.

Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini.” (Mt 5,13)

Quella campana sepolta per decenni e tornata all’aria aperta ha suonato anche per noi. La dobbiamo sentire ogni volta che udiamo una delle nostre campane, in metallo o digitali, risuonare nell’aria. È la campana che ci chiama ad una nuova “prima” S. Messa che, dopo decenni o dopo ore di assenza, ci riporterà all’incontro con Cristo Eucaristia. Perché ogni S. Messa deve essere come se fosse la prima, l’unica, l’ultima e la più importante, perché in essa si ripete l’unico Sacrificio.

Ad ogni suono di campana, allora, come gli abitanti di Scutari, dobbiamo sentire la chiamata a testimoniare la nostra fede perché ora basta! Non si può più aspettare, non si può più rimandare, è ora di riportare Cristo al centro della società, della Storia e della quotidianità.

Luca Lezzerini

Credits: Photo by David Tip on Unsplash

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