Strumenti per la santità

Continuiamo la nostra riflessione sulla santità personale, sempre traendo ispirazione dal libro “Farsi santi con ciò che c’è” di don Luigi Maria Epicoco. Qui trovate il primo post della serie.

Per diventare santi, come in ogni altra attività umana, esistono degli strumenti e delle tecniche. Strumenti e tecniche sono cose diverse. Ma le tecniche non possono essere applicate alle persone perché non siamo macchine ma esseri pensanti e dotati di emozioni. Quindi le tecniche possiamo tranquillamente lasciarle stare perché quello che funziona con uno non funziona con l’altro.

In questo post parleremo invece degli strumenti, perché questi sono stati collaudati nei 2000 anni di storia della Chiesa e come hanno contribuito a rendere santi tanti credenti nel passato, contribuiscono a raggiungere la santità anche a tanti credenti del presente.

Prima di parlare di questi strumenti è necessario chiarire cosa sia la vita spirituale. Sebbene questa serie di articoli sia focalizzata sul percorso per diventare santi, è necessario capire bene che tale santità è fondata sulla vita spirituale, di cui dovremo chiarire alcuni elementi.

Sulla vita spirituale bisogna sgombrare il campo da tanti errori, che quindi andiamo subito ad elencare qui di seguito, prendendo spunto sempre dal libro succitato.

Nel suo libro, don Epicoco parla principalmente della santità attraverso la famiglia. Ma noi estenderemo il suo ragionamento ad un discorso più ampio, che rimane valido per la famiglia, ma si estende fino ad includere tutta la comunità con cui ci relazioniamo ogni giorno.

Quando ci si sposa, ma anche in una relazione comunitaria, spesso si parte da un grande equivoco sulla vita spirituale: si pensa che si stia parlando solo della vita spirituale personale, cioè del nostro rapporto intimo, personale con Cristo. Ora, seppur vero che debba esistere anche questa dimensione, e che è proprio la vita spirituale personale il cardine del nostro cammino personale di santità, bisogna anche capire che questa vita deve riflettersi nel rapporto con l’altro. Ma prima di approfondire questo punto, vogliamo sottolineare che essa deve crescere assieme a noi, deve cambiare, deve maturare, deve evolvere. La spiritualità a dieci anni non è la spiritualità di un trentenne che non è quella di un cinquantenne, e via dicendo. Molto spesso la vita spirituale personale fallisce perché non è cresciuta assieme all’età anagrafica. Da questo punto di vista diventa essenziale utilizzare gli strumenti giusti all’età che si sta vivendo.

Un altro aspetto della vita spirituale è che molti pensano che essa sia quello che facciamo noi mentre invece è quello che fa lo Spirito in noi. Diventa quindi fondamentale comprendere cosa sta operando Dio in questo momento nella nostra vita, per assecondarne l’azione e lasciarlo agire secondo i suoi desideri e non secondo i nostri. Quindi, la vita spirituale è finalizzata a lasciare entrare la grazia di Dio in noi, ossia lasciarlo agire su di noi, a lasciarci modellare da lui.

Un ultimo aspetto è che, se singolarmente le persone possono avere una vita spirituale molto ricca, personale, nel matrimonio la vita spirituale deve essere ritrovata anche come coppia. In pratica se la domanda era “come mi sta santificando Dio?”, nella vita spirituale personale, nella vita di coppia essa diviene “come ci santifica Dio?”.

Lo stesso discorso può essere esteso alla comunità. Anche la comunità deve cercare di indagare come Lo Spirito Santo stia guidando i suoi membri ad un percorso di santificazione collettiva, innestati nella comunità. In particolare, si tratta di inserire la spiritualità nelle relazioni comunitarie come in quelle familiari. Abbiamo quindi quattro dimensioni della vita spirituale: quella personale, quella coniugale (che chiameremo di coppia per estenderla anche ai fidanzati), quella familiare, quella comunitaria.

Nel considerare la vita spirituale bisogna evitare di cadere nell’errore del razionalismo che ci porta a distinguere il mondo concreto, umano, dal mondo dello spirito. Non esiste una dinamica umana che non sia mescolata con una dinamica spirituale né esiste una dinamica spirituale che non abbia una ricaduta anche umana. I due elementi sono mescolati e se vengono divisi significa che c’è qualcosa che non sta funzionando.

Se la nostra vita spirituale è solo verticale, ossia solo orientata a Dio, non ha impatti nella nostra vita reale, nei nostri rapporti umani, allora il nostro rapporto verticale con Dio è astratto e diventa una tentazione. La qualità della nostra vita spirituale viene misurata in base a quanto essa riesca a rendere migliori le dinamiche con gli altri esseri umani. Crescere nell’amore con Dio significa, deve significare, crescere nell’amore verso il prossimo. Se questo non succede, vuol dire che stiamo sbagliando, che qualcosa non funziona.

Questo vale sia a livello di singolo, sia a livello di coppia, sia a livello di famiglia, sia a livello di comunità.

Quello che ci salva, come persone singole, come coppia, come famiglia, come comunità, è la preghiera. Ma è una preghiera che entra nella vita, ossia che mette mani anche sul lato umano della persona, della coppia, della famiglia, della comunità. Questa cosa è molto importante perché, ad esempio, se una coppia o una famiglia o una comunità pregano assieme molto intensamente, per esempio il Rosario o la Lectio Divina, ma questa preghiera non tocca le dinamiche umane che riguardano la coppia, la famiglia, la comunità, allora questa preghiera, per quanto fatta bene, non salverà quella coppia, quella famiglia, quella comunità.

Questa cosa la spiega chiaramente Gesù nel Vangelo di Matteo quando dice “23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.” (Mt 5,23-24).

Con questo brano, Gesù ci dice che la credibilità, la potenza salvifica della nostra preghiera, nascono dallo sforzo di riconciliarci con l’altro, sforzo che noi dovremmo mettere in atto sempre, costantemente, senza interruzione. Citando il pastore di “God’s Not Dead”, “non è facile ma è semplice”. Proprio perché non è facile, non bisogna arrendersi se non ci si riesce, perché il Signore ha chiesto di provarci incessantemente, senza stancarsi. Questa tensione sincera, non simulata, del far entrare la preghiera nella nostra vita trasformando in funzione di essa le relazioni umane che viviamo, è quello che presenteremo a Dio quando verrà la nostra ora. In quel momento, se avremo tentato senza posa di fare entrare la preghiera nella nostra vita, Gli diremo qualcosa tipo “per tutta la vita ho cercato di vivere quello che tu ci hai insegnato nel Vangelo e non so se ci sono riuscito anzi, forse, non ci sono riuscito per niente. Ma comunque tu sai che ci ho provato fino alla fine, che ho tentato fino alla fine di vivere quanto tu ci hai chiesto”.

Questa perseveranza nel continuare sinceramente a provare, sino alla fine, a vivere l’ideale che Cristo ci propone, nasce soprattutto dall’umiltà dei nostri tentativi. Cosa significa umiltà dei nostri tentativi? Significa che per essere santi bisogna non stancarsi mai di cercare di esserlo ma, soprattutto, di ricominciare ogni giorno da capo. Questo atteggiamento è fondamentale perché è proprio l’umiltà di cui si parlava prima. Ogni giorno ricominciare da capo cercando di raggiungere la santità, significa avere l’umiltà di capire che non si può mai dire di essere santi, non spetta a noi e, soprattutto, non ci deve neanche interessare l’etichetta quanto, invece, ci devono interessare i suoi frutti, sia su di noi, sia sugli altri. Quindi, il nostro cammino di santità non inizierà mai un discorso con l’avverbio “ormai”. Non dirà mai “ormai sono santo posso rilassarmi”. Ne dirà mai “ormai non potrò più tornare indietro da questo mio sbaglio, da questo mio peccato”.

Nulla è definitivo, né il successo, né il fallimento. Per questo dobbiamo perseverare nel cercare di vivere la nostra vita come una continua chiamata alla santità, nel metro di trincea che ci è stato affidato e con gli ingredienti che si trovano in quel momento nel nostro frigorifero.

Gli strumenti per la santificazione personale, di coppia, familiare e comunitaria, di cui parleremo tra poco, non sono nostre invenzioni ma sono strumenti collaudati nella storia bimillenaria della Chiesa.

Per poter camminare sul nostro personale cammino di santità abbiamo bisogno di luce, perché abbiamo bisogno di sapere dove stiamo andando. Molto spesso noi viviamo in un’oscurità che è composta semplicemente dal non sapere dove stiamo andando.

Di continuo, ci poniamo la domanda se la nostra vita stia andando nella direzione giusta, se stiamo facendo la cosa giusta, se stiamo vivendo nella modalità giusta. Ma chi è in grado di rispondere a queste domande? Chi è in grado di dirci che la strada che stiamo percorrendo è quella giusta? Chi può confermarci o negarci che quello che stiamo facendo sia giusto? Noi, in genere, risolviamo la questione in due modi, grazie a due potenti strumenti: i nostri ragionamenti e le nostre sensazioni.

Noi ragioniamo, analizziamo, ponderiamo, valutiamo, ma alla fine, molto spesso, ci accorgiamo che queste nostre analisi possono essere riassunte in quella frase che dice “l’operazione è riuscita ma il paziente è morto”. Infatti, nella nostra testa tutto va a posto, tutto funziona, tutti i conti tornano ma poi, nella realtà le cose vanno diversamente. Vanno diversamente perché passiamo un sacco di tempo a ragionare, a pensare, a vagliare, valutare ma questo non basta. E allora tante volte passiamo a valutare le emozioni, cerchiamo di farci guidare dal nostro istinto, ragioniamo dicendo “sento che è la cosa giusta”. Ma “sento che è la cosa giusta” spesso è soltanto un gettarsi nel vuoto, in pratica è solo un prolungamento di quel buio in cui ci trovavamo, in cui ci affidiamo a una sensazione per trovare la strada giusta. Ragionamenti ed emozioni spesso sono, appunto, solo un prolungamento di questo buio in cui siamo.

Quello di cui abbiamo bisogno è qualcosa di molto più profondo sia dei nostri ragionamenti sia delle nostre sensazioni. Questo qualcosa sono gli strumenti di cui abbiamo accennato finora e che, adesso, andiamo ad affrontare.

Primo strumento: la Parola di Dio

Questo qualcosa è la parola di Dio, il libro che, per dirla con la Miriano, “ci legge dentro”. Il nostro rapporto attuale con la parola di Dio, nella maggior parte dei casi, è un rapporto deformato, incompleto. La parola di Dio la usiamo o semplicemente in termini liturgici o prendendo dalla stessa qualche frasetta romantica, emozionante, ad effetto, ma niente di più.

Frequentare la parola di Dio significa avere qualcosa di più certo dei nostri ragionamenti e di più certo delle nostre emozioni e delle nostre sensazioni. Questa certezza è la chiave di tutto e quindi, quando come coppia, quando come famiglia, quando come comunità e quando come individui, ci poniamo di fronte alla parola di Dio, ne riceviamo una luce che nasce appunto da qualcosa di molto più grande delle nostre analisi e delle nostre sensazioni. La parola di Dio diventa così la cosa più oggettiva di noi e infatti San Paolo, nella Lettera ai Colossesi 3,16 dice “la parola di Dio dimori fra di voi abbondantemente”.

Questo non significa che dobbiamo diventare tutti biblisti, tutti esegeti, tutti teologi. La bellezza della parola di Dio è che essa è utile nella misura in cui la frequentiamo, cioè nella misura in cui cominciamo a costruirci un rapporto quotidiano, feriale, normale, facendo cessare di essere la parola di Dio un tabù. La parola di Dio non ci dà idee geniali. La parola di Dio cambia la nostra mentalità, ci allena a vedere le cose da una prospettiva diversa, più vicina a Dio che agli uomini.

Frequentando la Parola di Dio cominciamo a vedere e sentire come vedeva e sentiva Cristo. E quindi il nostro vissuta cambia.

Se una persona, una coppia, una famiglia o una comunità iniziano a frequentare la Parola di Dio e la lasciano agire al loro interno, presto iniziano a percepire il mondo non secondo il proprio vissuto ma secondo una mentalità che si conforma sempre più a Dio.

Lasciare che la Parola di Dio abiti nella nostra quotidianità non significa avere una risposta per tutto. Non significa capire tutto o sapere tutto. Ma, comunque, la Parola di Dio vissuta nella nostra vita ordinaria ci illumina. Dobbiamo quindi, come individui, come coppie, come famiglie, come comunità, darci ogni giorno del tempo per frequentarla, ossia per leggerla, per ascoltarla, per raccontarsela, traslandola nella nostra vita. Dobbiamo viverla cercando di capire cosa Dio ci sta dicendo per suo tramite.

Uno strumento importante è la parola di Dio della liturgia del giorno (strumento, non tecnica!). Un altro può essere una lettura casuale, oppure progressiva, un libro dopo l’altro. Ma, come diciamo sin dall’inizio, questa parola di Dio deve essere incarnata nella nostra vita, ossia con chi siamo, con quello che abbiamo, con le persone che incontriamo. Bisogna che essa interagisca non con una vita ideale ma con il nostro vissuto reale.

Una vita senza la frequentazione costante della parola di Dio è una vita nell’oscurità. Anche se è una vita colma di analisi, ragionamenti, deduzioni, considerazioni, informazioni.

La luce vera, quella del Prologo di Giovanni, è l’unica che può illuminare questa oscurità. Ed essa scaturisce prepotente dalla parola di Dio, che si deposita nel nostro animo per ritornare in superficie al momento opportuno. E quando ricomparirà sarà per guidarci, sarà l’azione vivificante dello Spirito, perché la Parola di Dio è viva e genera vita in noi.

Ma attenzione: la parola di Dio è un alimento per la nostra anima, non un coltello con cui battagliare con il nostro prossimo. La parola di Dio non deve essere usata contro l’altro, per dimostrargli di aver ragione. Essa deve essere frequentata dall’individuo, dalla coppia, dalla famiglia, dalla comunità ma senza che divenga una specie di arringa per dimostrare all’altro che ha torto. Usarla in questo modo la snatura, come se ci mettessimo a lanciare panini contro l’altro invece di nutrircene entrambi. Sarebbe uno spreco e non servirebbe a nulla.

Secondo strumento: la preghiera

La preghiera aiuta non in quanto formula magica (infatti non è una formula magica), non in quanto poesia o arte. La preghiera aiuta perché ci porta a “coltivare una presenza”.

La maggior parte della nostra disperazione nasce dal sentire di essere soli. Nella nostra vita quotidiana ci sentiamo spesso soli. De André e molti altri artisti hanno cantato di questa solitudine. Essa, purtroppo, ci appartiene come esseri umani e, spesso, permea la nostra vita come un’afa soffocante.

La preghiera, invece, fa crescere in noi la consapevolezza di non essere soli. La preghiera, in quanto dialogo, presuppone un interlocutore e il praticarla ci porta a percepirne la presenza. Ovviamente questo vale a livello di individuo, di coppia, di famiglia, di comunità. Ma il modo di pregare cambia da caso a caso. Alcuni prediligeranno l’Adorazione Eucaristica, altri un’Ave Maria, altri il Rosario.

Ognuno di noi, come singolo, come coppia, come famiglia, come comunità, deve trovare il proprio modo di pregare. E si capisce che è quello giusto quando si percepisce la Presenza di Dio.

La Madonna non ha certo bisogno che noi si vada in un santuario per pregarla ma, andare ad un santuario serve a noi, esseri concreti, tridimensionali, per percepire ancor meglio che Ella è presente. Ma per altri potrebbe essere sufficiente un’Ave Maria o l’Angelus recitati nel chiuso della propria stanza. L’importante è che noi coltiviamo la Presenza attraverso la preghiera.

La parola di Dio ci conforma alla sua volontà, la preghiera ci rende consapevoli che non siamo soli e che Egli è presente al nostro fianco.

Una vita senza preghiera è una vita di solitudine. Magari una solitudine che rimane spesso solo sullo sfondo, che percepiamo solo quando siamo fisicamente soli. Ma comunque una solitudine che impregna la nostra vita e la soffoca, più o meno lentamente.

La parola di Dio porta la luce di Dio, la preghiera porta la Sua presenza.

Terzo strumento: l’Eucaristia

Per spiegare questo strumento, dobbiamo prima riflettere sul concetto di “offerta” a Dio.

Tutto ciò che non offriamo a Dio, prima o poi marcirà. Tutto quello che offriamo a Cristo viene trasformato, viene transustanziato. In pratica, ciò che offriamo a Cristo rimane uguale nelle apparenze ma è sostanzialmente diverso, come accade al pane e al vino.

L’Eucaristia è proprio questo. L’Eucaristia è il luogo dove le cose diventano eterne.

Se viviamo un’esperienza dolorosa o una gioia, offriamola al Signore: la riempirà di redenzione, di salvezza, e la renderà eterna. “Nessuna sofferenza andrà perduta” scrive Costanza Miriano. Se offriamo il “sacrificio perfetto a Te gradito”, stiamo accogliendo Cristo nella nostra vita, e stiamo accettando tutto quello che Dio ci dona: gioie e dolori, salute e malattia, successi e sconfitte.

Ma l’Eucaristia, come ogni atto nei confronti di Dio, richiede un’azione libera da parte nostra. Dobbiamo decidere di vivere l’Eucaristia domenicale non come un obbligo ma come un momento di incontro fisico con Cristo, in cui offriamo tutto noi stessi, come singoli, come coppie, come famiglie e come comunità. E l’incontro con Cristo vivo nell’Eucaristia porta a noi la vita. E anche la pratica dell’Eucaristia quotidiana diviene uno strumento essenziale, ancor più libero di quella domenicale, ma importantissimo e fonte di vita eterna.

L’Eucaristia, come recita il Catechismo al 1324 “È fonte e culmine di tutta la vita cristiana”. Il discorso che la riguarda è troppo ampio per essere presentato qui e sarà oggetto di altri post.

Prima di passare al prossimo strumento, vogliamo riflettere sull’ordine che stiamo seguendo nel presentare questi strumenti di santità. Ovviamente, non stiamo seguendo l’ordine di importanza. Quello che stiamo seguendo è l’ordine cronologico in un percorso progressivo di crescita.

Quindi: la parola di Dio ci illumina, la preghiera ci fa coltivare la Presenza, l’Eucaristia ci vivifica. Per chi dovesse cominciare questo cammino, questa è un’ottima sequenza. Per chi, invece, già lo vive del tutto o in parte, basterà perfezionare i punti in cui si è carenti.

Il quarto strumento: l’apertura alla vita

Quando si parla di apertura alla vita si pensa subito ai figli, ossia alla vita nascente. In realtà, l’apertura alla vita è l’apertura verso il prossimo. È la Carità. E per questo motivo, l’apertura alla vita è nel percorso di santità non solo di coppie e di famiglie ma anche di singoli e di comunità.

Se non si ha la carità, non si è aperti alla vita.

Aprirsi alla vita dona ossigeno a noi come individui, ma anche alla nostra relazione come coppia, famiglia o comunità.

Una vita che non contempli la carità può facilmente diventare una vita di egoismo. Se non sentiamo che il nostro stare bene non ci è sufficiente e che dovremmo condividerlo con chi ha bisogno, allora siamo chiusi alla vita.

Quando una vocazione non si collega alla carità, essa diventa estremamente pericolosa. Come nella parabola del buon samaritano, dove l’unico a vivere la carità è quello meno probabile. In questa parabola, Gesù osserva come si possano, alla fine, trovare sempre buoni motivi per non aprirsi alla carità. E non si pronuncia su questo aspetto, si limita a prenderne atto. Ma poi arriva il Samaritano, il rinnegato meticcio (per il Giudeo) che, invece, vive la carità. Portare luce attraverso la Parola, compagnia attraverso la preghiera e offerta attraverso l’Eucaristia diventano inutili se non si vive la carità.

Come scrive don Epicoco nel suo libro, “nessuno di noi entrerà in Paradiso dal portone principale. Solo Gesù e Maria possono farlo. Noi altri, se lo faremo, entreremo dalle finestre. E gli unici che potranno aprire quelle finestre saranno i povericon cui abbiamo vissuto la carità.

Quindi dobbiamo smettere di passare la nostra vita a convincere gli altri di quanto siamo bravi, belli, buoni e cominciare a ricordarci quanto dice S. Pietro (1Pt 4,8) “La carità copre una moltitudine di peccati”.

Apertura alla vita significa, quindi, amare concretamente chi ci si avvicina (diventa prossimo) e ha bisogno di qualcosa che noi possiamo dargli. Anche l’apertura alla vita primaria, ossia il generare figli è una vocazione alla carità, ma non è l’unica forma di apertura alla vita.

Un individuo, una coppia, una famiglia e una comunità che vogliono compiere un cammino di santità dovranno, quindi, essere aperti alla vita nel senso della carità. Nella coppia sposata, anche le vocazioni alla maternità e alla paternità rientrano in questa apertura.

Quinto strumento: Maria, Giuseppe e i santi

Un percorso di santità deve prevedere un rapporto con la Madonna ma anche con Giuseppe e con tutti i santi.

Non si tratta di un devozionismo bigotto al limite della superstizione, ma del dono che Dio ci ha fatto di una Madre che sia uno strumento privilegiato per vivere il Vangelo.

Ma Maria, seppur nella sua eccezionalità, non è un unicum, un punto nello spaziotempo destinato a restare solo. Maria esiste anche in relazione a Giuseppe che, nel suo silenzio ininterrotto, vive una relazione di santità con lei.

E qui scaturisce un’osservazione molto importante: il nostro cammino di santità non può prescindere dalla consapevolezza della comunione dei santi. Ossia dell’esistenza di altri esseri umani, come noi, che hanno già fatto questo percorso con successo. E che oltre a loro ve ne sono innumerevoli, ancora oggi sconosciuti (e forse lo saranno per sempre). Ma tutti ci ricordano che la santità è possibile.

Nelle loro storie noi vediamo azioni meravigliose e incredibili ma che sono reali e che si adattano perfettamente alla nostra vita quotidiana. Maria e Giuseppe sono stati una famiglia quando Erode li cercava per farne strage. E quindi si può essere famiglia anche quando gli altri ci sono contro. Maria e Giuseppe hanno vissuto la precarietà e la povertà a Betlemme. E quindi si può vivere da famiglia in povertà e nelle difficoltà economiche. Maria e Giuseppe hanno santificato ogni giorno. E anche noi possiamo.

Ma questo vale per tutti i santi, innumerevoli, che la Chiesa ci ricorda ogni giorno.

I santi ci riaccendono la speranza, diciamo anche la certezza, che quello che desideriamo vivere è possibile perché loro l’hanno fatto. E molti hanno fatto cose grandissime: chi si potrebbe paragonare a Maria o Giuseppe o a San Francesco? Ma molti hanno vissuto nella quotidianità e con loro non si può usare l’alibi che ce l’hanno fatta perché erano speciali. Chiara Corbella, Germana Cousin, solo per fare due nomi, erano persone normali, ma la loro vita è stata riempita da Cristo e questo gli ha fatto compiere cose incredibili.

Sant’Ignazio di Loyola, quando era ancora un rampollo nobile, militare, “sciupafemmine”, ferito durante l’assedio di Pamplona, dovette restare a letto, immobilizzato, per sei mesi e, nel castello dove risiedeva, c’erano solo due libri: una “Vita dei santi” e “La Legenda Aurea” (altra vita di santi). Per uno come lui, fissato con i romanzi cavallereschi, cappa e spada, donzelle in pericolo e tutto il resto tipico del genere, si prospettava una noia letale nella lunga convalescenza. Comunque, per distrarsi (probabilmente più per disperazione che altro), iniziò a leggere uno dei due libri e, come scriverà più tardi, scoprì che le vite dei santi lo caricavano, gli facevano venire voglia di balzare giù dal letto e ripetere le loro imprese. Non come i romanzi cavallereschi che, quando finivano, lo lasciavano svuotato. I santi, da quello che leggeva, erano personaggi incredibili, da cui rimase affascinato, tanto da divenire prima predicatore e poi sacerdote, fino a diventare il Sant’Ignazio di Loyola fondatore dei Gesuiti e autore degli “Esercizi Spirituali”, tra le altre cose.

Siamo immersi in duemila anni di santità, e dobbiamo far entrare questa comunione nella nostra vita. E facendolo combattiamo quella vocina che ci dice che siamo soli, che Dio non esiste, perché altrimenti non permetterebbe tante cose brutte. E i santi, con la loro storia, ci fanno invece capire che Dio esiste (eccome!) e che anche noi possiamo fare quello che loro hanno fatto, che anche noi possiamo vivere delle vite avventurose (sì, perché una vita verso la santità è un tipo particolare di avventura molto meglio delle avventure di Indiana Jones!), che anche noi possiamo realizzarci e realizzare, come strumenti nelle mani di Dio, anche con i nostri mille difetti e millemila limiti.

Non crediamo al male quando ci sussurra con quella vocina: leggiamo quotidianamente le vite dei santi perché siano per noi ispirazione, speranza, esempio, risposta e conforto.

Perché la santità inizia quando smetti di credere in te stesso e ti affidi a Dio.

Quindi, i nostri strumenti per la santità sono: la parola di Dio, la preghiera, l’Eucaristia, la Carità, Maria, Giuseppe e i santi.

Portiamoli sempre con noi ed usiamoli ogni giorno.

E quando siamo stanchi diciamoci vicendevolmente, come don Bosco, “Ci riposeremo in Paradiso!”.

Credits: Photo by Dan Cristian Pădureț on Unsplash

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