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Sofferenza e Grazia. Relazione Indissolubile.

Riceviamo da Alfredo Villa il seguente articolo, che pubblichiamo volentieri, sul tema della sofferenza.

Quale Assistente Spirituale, membro della Famiglia Camilliana Laica, per la quale servo in un grande Ospedale cittadino ed in alcune RSA, sono in quotidiana relazione con la sofferenza e la morte. Nulla quindi mi è più evidente del valore incommensurabile della Croce, non solo quale condizione essenziale di Salvezza, ma come strumento necessario d’apprendimento, affinché, nella morte, possa essere liberamente compresa e scelta in modo definitivo, l’offerta misericordiosa di Vita Eterna in Dio, che proprio nella Croce di Cristo, ha avuto pieno compimento e realizzazione.

Personalmente sono certo che, se vi è, per me, la possibilità di rendere esperienziale il costante agire dello Spirito, io lo abbia vissuto e lo continui a vivere, attraverso la sofferenza e la morte di chi assisto, in attesa che sia la mia stessa sofferenza e morte a trasformare tale parziale esperienza di comprensione delle Verità di Fede in definitiva ed eterna condizione di partecipazione a tali Verità.

La sofferenza è certamente un’opportunità di apprendimento e per usare una terminologia moderna, di crescita personale. È anche la possibilità di trasformare, di trarre, da qualche cosa di indubbiamente negativo, aspetti positivi importanti.

Però credo sia preventivamente necessaria una lettura degli eventi personali e di sé stessi, soprattutto quando ci si trova in condizione di sofferenza, all’interno di una vita spirituale, che dono di Dio, tenda alla comunione con Lui, in Cristo.

Tale lettura spirituale è condizione essenziale per dare un senso alla sofferenza e consentire il passaggio tra finito ed eterno e la partecipazione all’offerta di Salvezza, che ha nell’Amore e quindi nella Croce, di cui tale amore è la massima espressione, la sua ragione d’essere.

Se vi è quindi una Storia, determinata da una Volontà, che definisce una predestinazione personale, più che un destino e che in tale Storia la sofferenza è un inevitabile protagonista e se inoltre crediamo che tale Volontà sia assolutamente buona ed onnisciente, non può non essere che tale predestinazione e la sofferenza ad essa correlata, non siano un evidentemente segno di predilezione e di amore da parte di Dio.

È forse necessario ritornare a conciliare sofferenza e predilezione divina, non come apologia della sofferenza, sempre terribile ed ingiusta, ma sottolineando invece l’indissolubile relazione tra sofferenza e Grazia, rendendo evidente come sia quest’ultima e non la sofferenza in sé, il frutto di tale predilezione. Bisognerebbe sottolineare quindi come il sofferente, e non la sofferenza in sé, sia oggetto di doni e grazie particolari e che queste sono sovrabbondanti e vitali e questo proprio in contrasto all’apparente mancanza di senso del male.

Solamente se si comprende come Dio operi in modo singolare e come Dio sia da conoscere e non da comprendere, se si ricorda che la sofferenza è sempre e comunque un fenomeno umano, non essendo il male da Dio e quindi sempre con una fine temporale, mentre le Sue Grazie sono per sempre e, per finire, che Dio è sempre sovrabbondante nel suo agire, si può provare a comprendere la vera natura e finalità di ogni croce quotidiana.

Quindi, dove esiste la massima espressione del male, essendo il male sottoprodotto del peccato e dove il male prende la forma della malattia e della morte, non può non essere presente la Grazia di Dio, in quantità più che proporzionale al male stesso.

Possiamo dire che la “vittoria” di Cristo trovi origine nell’amore sovrabbondante di Dio.

Se si considera inoltre come il male, la sofferenza e la morte siano de-correlati dai peccati personali, ma spesso colpiscono ingiustamente chi è più innocente e Gesù è l’assoluta evidenza di tale de-correlazione, possiamo dire che, chi è predestinato alla Salvezza, ovvero chiunque di noi, può diventare, attraverso la propria sofferenza personale spesso largamente superiore ai peccati individuali commessi, oggetto di straordinarie Grazie, ovvero il figlio prediletto, affinché non solo la croce personale diventi sopportabile ma, essendo la Grazia sovrabbondante,  tale croce divenga strumento di salvezza per altri, diventando, in caso di offerta consapevole della propria sofferenza, ancor più destinatario di tale predilezione, dando vita, con la proprio sofferenza, ad un circolo virtuoso di Grazie, a vantaggio di tutti.

L’incommensurabile pochezza del nostro soffrire temporale, ha un effetto moltiplicatore incommensurabilmente grande, per molti ed in termini eterni.

Grazie all’insondabile volontà divina, la sofferenza che ha la sua origine nel peccato, che ha nella ribellione umana alla volontà divina la sua stessa radice, per predilezione ed amore, può essere trasformata in Grazia, dove quest’ultima copre e sovrabbonda tale sofferenza, dando, sempre per Grazia, alla sofferenza stessa un aspetto fecondo, finalizzato alla salvezza, che è desiderio e volontà ultima di Dio.

Il lievito alla base di tale trasformazione, da ribellione ad accettazione, è la specifica scelta libera di ogni uomo, che predestinato da Dio, trasforma, con il suo “Sì” personale, tale predestinazione in predilezione, consentendo ad una sofferenza senza senso, di divenire moltiplicatore di Grazia e d’Amore.

Se il Cristo è sufficiente offerta di conoscenza del Padre, affinché ogni uomo possa scegliere in assoluta libertà, sostenuto dall’aiuto dello Spirito Santo Paraclito, una condizione di figliolanza eterna non si può non concordare su quanto affermato, in assoluta verità dalla teologia quanto alla Rivelazione cristiana in cui tutto inizia e termina con Cristo e che non solo nulla di più è necessario, ma che ogni ulteriore rivelazione non può essere vera.

Questa evidenza, che sembra non essere sufficientemente compresa e soprattutto difesa nell’attuale slancio ecumenico, inclusivo e sincretista, che porta a non considerare l’Incarnazione come definitivo spartiacque, non solo temporale, tra un prima ed un dopo, e con questo rendendo implicitamente falsa ogni credo che non collimi perfettamente con tale Rivelazione, è altresì evidente che dopo Cristo, il Silenzio di Dio sia assolutamente e logicamente giustificato e giustificabile.

Il silenzio di Dio, che non è quindi assenza, ma prova inconfutabile che tutto sia ormai compiuto, è quindi dovuto essenzialmente al fatto della non necessità di parlare ulteriormente.

Anche nella sofferenza sembra evidente quest’assenza di Dio, a cui si chiedono spesso manifestazioni in qualche modo grossolane e con effetti comunque temporanei, mentre poco si comprende come la Sua azione sia ancor più presente attraverso la Sua Grazia, in una risposta certa e concreta ad ogni preghiera. È solo attraverso tale Grazia, che è resa possibile, per la concreta intercessione di Maria e della Comunione dei Santi, l’aiuto costante dello Spirito Santo, per l’uomo il tentare di seguire Gesù sin sulla Croce, dalla quale scaturisce la vera risposta di Dio al male e quindi alla sofferenza ed alla morte.  

In realtà, però, Dio ha parlato, in prima persona, due volte nei Vangeli, e questo in due specifiche circostanze e soprattutto dicendo fondamentalmente la stessa cosa. È evidente quindi che si tratti di un messaggio che è importante comprendere. In entrambi casi Dio parla di predilezione. Dio ha parlato nei Vangeli in due eventi particolari, che definirei situazioni di cambiamento. Al momento del battesimo di Gesù e nella Trasfigurazione dello stesso sul Monte Tabor.

Nel primo evento, apparentemente non necessario, Gesù manifesta la sua assoluta umanità, acconsentendo con il Suo battesimo ad aprire, ad ogni uomo, la possibilità di essere trasformato, in figlio di Dio.

Vi è quindi in ogni battesimo un cambio di “stato” di “natura” e tale trasformazione spinge Dio in persona a proferire parole di predilezione.

Ritengo che tale predilezione sia da estendere, a seguito di ogni battesimo personale, ad ogni uomo, che proprio attraverso il Battesimo, diventa in modo singolare, figlio prediletto di Dio.

È l’inizio di quella storia di salvezza personale di cui ognuno fa parte, che si concretizza con una forma iniziale di predestinazione che può trasformarsi in seguito in evidente predilezione.

Il secondo evento che ha visto Dio parlare è la Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor e che vede Dio dire essenzialmente e nuovamente le stesse cose.

Dio, quindi, parla con parole di predilezione nelle situazioni limite e di trasformazione.

Dio, di conseguenza, ancora oggi, parla all’uomo nelle sue zone di confine personali, nella sua sofferenza e nella sua morte, ovvero quando vi è un cambio radicale di condizione, da sano a malato, da vivo (morto in quanto soggetto al peccato) a morto (vivo per sempre).

L’apparente silenzio di Dio nei confronti del Figlio, dal Getsemani al Sepolcro ed il paragonabile silenzio di Dio nella sofferenza e nella croce personale di ogni uomo, si giustifica quindi con il fatto che Dio ha già parlato e continua a parlare ad ognuno di noi con parole di predilezione, che si concretizzano nelle Sue ineffabili Grazie, Grazie che la sofferenza rende copiose.

Sono queste Grazie che dovremo cercare e riconoscere nella sofferenza e nella morte e non altri segni, che proprio a causa di tali Grazie, sarebbero solo superflui.

Inoltre, forse solo nella sofferenza e nella morte, l’uomo ha la possibilità di immedesimarsi in pieno in Cristo, essendo ogni altro tentativo di sequela, nelle altre circostanze della vita, destinato ad essere se non vano per lo meno non definitivo e derimente.

Queste premesse rendono necessario il chiederci, ragionando sulla Croce di Cristo e sulle nostre croci personali, se la sofferenza sia comunque un segno di predilezione divina.

Mi vorrei ora riferire al concetto di “creato ad immagine e somiglianza”.

Se l’immagine è qualche cosa di costitutivo, di dato, mentre la somiglianza è un concetto dinamico, una storia in divenire che chiama con vocazioni singolari ogni uomo e che ha in Cristo la perfetta unione tra uomo e Dio, tanto da essere una stessa cosa in due persone distinte, unite dallo Spirito nell’Amore trinitario, possiamo dire che l’immagine stila alla predestinazione, come la somiglianza stia alla predilezione?

Se tale paragone fosse valido, allora la sofferenza umana può assumere un altro significato, ovvero quello di trasformare una predestinazione alla salvezza, offerta ad ogni uomo, in una predilezione concreta, che attraverso il dono della Grazia, condizione necessaria per rendere sopportabile l’ingiustizia correlata alla sofferenza, diventi reale salvezza personale ed anche salvezza per terzi, proprio grazie alla sovrabbondanza dell’azione di Dio, a cui una sofferenza accolta e donata, ha dato un inizio ed un impulso nuovo e singolare. La sofferenza ha quindi una valenza ben maggiore della sua semplice naturalità alla quale il mondo riporta sempre con il fine di ridurre, svalutare, anestetizzare qualche cosa che è invece di grande valore.

È inoltre certamente vero come le croci e le sofferenze personali siano opportunità d’apprendimento e trasformazione soprattutto se vissute alla luce della Croce di Cristo, massima manifestazione di dono di sé ed Amore.

Possiamo quindi dire che, la Croce proprio in quanto massima manifestazione dell’Amore concreto e incondizionato di Dio, è se portata da un uomo, un segno di certa predilezione divina?

Gesù, il Cristo predestinato, il Figlio prediletto, ha offerto ad ognuno, attraverso la Croce, la possibilità di vedere trasformare, attraverso la sofferenza personale sempre presente in ogni vita, la propria predestinazione in predilezione.

Come detto precedentemente, però a tale funzione peculiare della sofferenza, ovvero essere segno di predilezione, si deve aggiungere anche quella altrettanto importante di generatrice di Grazie, in quanto è in tali Grazie che la predilezione si manifesta e diventa reale.

Non è quindi la sofferenza il segno della predilezione, ma la Grazia che questa sofferenza genera nel cuore compassionevole di Dio, Grazia sovrabbondante che viene profusa su ogni uomo.

Se la salvezza è il fine di tale predilezione, che ha nella sofferenza una manifestazione peculiare di quest’ultima all’interno di ogni storia personale, le Grazie sono il segno della sovrabbondanza di Dio, attivo, premuroso, partecipe e consolante, durante il percorso di vita.

Tali Grazie non possono quindi non essere presenti nella sofferenza, proprio per la natura stessa di Dio e tali Grazie sono un dono che la sofferenza stessa, se compresa ed inserita in tale storia di salvezza, indirettamente genera, dando evidenza alla particolare predilezione di cui la sofferenza è solo un segno evidente, mentre i frutti reali sono nascosti nel cuore.

L’apprendimento che deriva della croce non è quindi la mera accettazione della sofferenza o addirittura un’apologia della sofferenza fine a sé stessa.

È invece la costatazione di una predilezione che si manifesta in vita nella Grazie ed in morte nella Salvezza.

Nell’assoluta banalità del male, nell’ingiustizia della sofferenza e della sua iniqua ridistribuzione tra gli uomini, Dio risponde con una Grazia sovrabbondante, per chi attraverso la croce impara a trascendere dalla stessa, trovando il senso del soffrire nella reale opportunità di Grazia sovrabbondante che la Croce offre.

È lo Spirito che insegna attraverso la Grazia, non la sofferenza in sé, che senza lo Spirito è solo inutile espressione del male.

Credo si possa dire, per concludere, come ogni croce personale, al di là dei suoi aspetti più noti di opportunità di apprendimento, crescita e trasformazione, abbia una peculiarità unica, ovvero quella di essere generatore di Grazie sovrabbondanti per chi vive tale sofferenza, per chi tale sofferenza accompagna o semplicemente assiste, ma soprattutto ed in modo misterioso e sconosciuto, ma che in Cielo sarà rivelato, per chi, si è trovato beneficiario inconsapevole di tali Grazie.

Se la sofferenza e soprattutto se questa viene vissuta in modo vicario e donativo ed in modo particolare dagli innocenti, come spesso accade tra gli ammalati, genera Grazie sovrabbondanti e tale abbondanza copre numerose colpe di chi, se pur consapevole del proprio peccato, non lo è di tale grazia salvifica che gli è stata donata.

Sono proprio i beneficiari inconsapevoli, in funzione della Grazia sovrabbondante che ricevono, che indirettamente danno un senso a tale sofferenza, poiché tale senso si inserisce nel Progetto Divino di Salvezza.

Alfredo Villa

Credits: Photo by Jametlene Reskp on Unsplash

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